Excerpt for Il Male di Anna Caterina Grees by , available in its entirety at Smashwords




Il Male

di

Anna Caterina Grees

Edizione 2015


Copyright



Il Male di Anna Caterina Grees

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Prima Edizione in eBook anno 2015 - Self-Publishing

Collana Remake

I romanzi Polizieschi di Anna Caterina Grees

Doppio Inganno di Anna Caterina Grees (Versione Cartacea)

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Il Male di Anna Caterina Grees (Versione Cartacea)

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La Pergamena del Conte Ugolino di Anna Caterina Grees (Versione Cartacea)

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L'Urlo della Morte di Anna Caterina Grees (Versione Cartacea)

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L’Immortale di Anna Caterina Grees

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Nuda per Satana (Thriller Erotici Italiani)

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Catalogo del Romanzo Erotico

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Bellezze di Fine Secolo (Erotico)

Kansas Kid e Il Mistero della Missione della Sierra Madre

Il Mistero della Torre – Le Indagini Segrete di Gabriele D’Annunzio

Freising – Il Segreto di Hitler

Il Mistero di Cinecittà di Augusto De Angelis

Sherlock Holmes History di Autori Vari

Dark Lady – Le Avventure di John Sherlock Holmes Il Figlio di Sherlock Holmes

Il Romanzo Erotico

Il Romanzo Poliziesco nel Circuito Self-Publish

8 Detectives

Storia del Cinema Horror

Aurore Un Pomeriggio Dimenticato (Erotico)

Dimore e Viaggi ( Versione Kindle - Versione KoboVersione Google Play)

Intrigo a Berna di Eleanor LeJune (romanzo rosa)



Presentazione Collana Remake




Rifacimento in chiave a volte leggermente diversa e a volte radicalmente differente di grandi classici del passato, dai romanzi d’amore al poliziesco, dai romanzi drammatici all’avventuroso.

Ma cosa si intende per remake. Wikipedia ne dà la seguente definizione: “Il remake, come indica la sua traduzione letterale dall'inglese, è il rifacimento di un'opera, già esistente. Il termine si applica in particolare ai film, ma può essere utilizzato anche per la letteratura.”

In questa collana il remake potrà essere più o meno fedele all'originale, ma sempre verrà cambiata l'ambientazione. I personaggi avranno nuovi nomi e potranno mutare forma, ad esempio il protagonista potrà diventare la protagonista e così via. La trama si potrà mantenere per buona parte fedele all’originale, ma il finale non sarà mai uguale. Gli stessi riferimenti temporali potranno cambiare e per la maggior parte delle opere cambierà. Tutto ciò a seconda delle esigenze che, diverse da quelle dell’opera originale, servono solo ad attualizzare l’opera e a renderla più fruibile alla nostra moderna concezione della vita. Maggiore sarà la distanza temporale tra le due opere, maggiori saranno le differenze.

Inoltre in quasi tutte le opere verrà immesso il tema dell’erotismo. A volte appena palpabile e sottile, a volte esplicito e al limite dell’hard.

I generi che tratteremo saranno i seguenti: romanzo di avventura, romanzo psicologico (cercando di mettere in primo piano l'individuo, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni), romanzo poliziesco e di spionaggio, romanzo fantasy, romanzo di fantascienza, romanzo gotico-horror, romanzo rosa, romanzo epistolare, romanzo feuilleton (forti sentimenti, casi sfortunati e intricate vicende), romanzo western ed infine romanzo erotico e romanzo hard.

Al termine del remake sarà difficile riconoscere l’originale e tanto sarà più difficile tanto vorrà dire che si è riusciti nell’opera di rifacimento e stravolgimento. Molti autori hanno accettato la sfida del remake e noi crediamo che siano riusciti egregiamente a rielaborare opere che, a loro volta, sono diventate degli originali.







Indice




Introduzione



Avete mai osservato il congegno di un orologio? Ebbene il romanzo Il Male può essere paragonato al congegno di un orologio. La trama è perfetta. L’autrice si diletta a sviare il lettore seminando qua e là indizi che poi, sapientemente, riesce a sviare su altri indizi.

Una trama degna di Agata Christie. Una protagonista, la signora Barzini, che può essere paragonata a Miss Marple.

Una donna viene trovata uccisa in un appartamento vuoto. La prima domanda che si pongono gli investigatori è: chi è la vittima? Infatti ha il volto sfigurato e nessuno si fa avanti per riconoscerla. La seconda domanda è: chi l’ha uccisa? E qui i possibili assassini sono più di uno.

In una Milano degli anni venti si dipana una trama perfetta, ove ogni parola è messa al posto giusto per far funzionare al meglio una storia avvincente e piena di mistero. E, alla fine della lettura, se volgiamo il nostro sguardo alla narrazione nel suo complesso vediamo quanto ordine, quanta armonia, quanta diligenza si trovino in essa.














Il Male




1 - La scoperta del cadavere




Per natura non sono curiosa, ma allorché in una calda sera di settembre, mentre stavo per andare a letto, intesi fermarsi una carrozza davanti alla casa confinante con la mia, confesso che non seppi resistere alla tentazione di accostarmi alla finestra e di gettare uno sguardo nella strada, nascondendomi fra le pieghe della tenda per non farmi vedere.

La casa in questione, un bel palazzo signorile situato nel Parco Sempione, era vuota o almeno così credevo, avendo udito dire che il proprietario si trovava in viaggio, in Europa, con le sue figliole; pure la vettura si era fermata proprio davanti ad essa, come avevo supposto.

Il fanale pubblico che illumina, insufficientemente a dir vero, il nostro tratto di strada è alquanto discosto, sì che riuscii a distinguere solo approssimativamente i contorni di un uomo e di una donna, giovani entrambi, a giudicarne dalla snella agilità, e di apparenza civile, che scendevano a terra.

Osservai che egli salì subito i pochi gradini del peristilio per aprire la porta con la chiave, mentre lei si fermava un momento a pagare il cocchiere, e poi seguiva il proprio compagno nell’interno.

Come dissi, era notte, e non potei scorgere in viso nessuno dei due. Tuttavia, quando lo vidi entrare in casa, ebbi l’impressione che l’uomo fosse il signor Luigi Bassi, figlio maggiore del proprietario, e la donna ch’era con lui una congiunta qualunque.

Dieci minuti dopo, intesi aprirsi nuovamente la porta dei miei vicini. Sorpresa ed incuriosita, tornai alla vetrata, appena in tempo per vedere il giovanotto di poco prima allontanarsi a gran passi in direzione di Piazza Castello.

Era solo ed al pensiero che doveva aver lasciata una donna, forse una ragazza in quella vasta casa vuota, apparentemente senza luce e certo senza compagnia di sorta, osservai fra me e me che la cosa contrastava forte col carattere e con l’educazione del signor Luigi.

Un tal modo di trattare meglio si addiceva a suo fratello Spartaco, un ragazzo senza testa, una specie di figliol prodigo, che due anni innanzi aveva sposato una giovane dal passato, a quanto si diceva, discutibile, e da allora era stato messo al bando dalla famiglia. E facendo questa riflessione naturalissima mi cacciai fra le coltri, mentre l’orologio della mia camera suonava la mezza dopo mezzanotte.

L’indomani mattina, appena vestita, corsi alla finestra a dare un’occhiata al palazzo Bassi. Non una tenda era sollevata, non un’imposta aperta. Ho l’abitudine di alzarmi per tempo. Sul momento, questa constatazione non destò in me nè inquietudine nè sospetto.

Ma più tardi, dopo colazione, nel constatare che la grande facciata, tutta impenetrabile e silenziosa, seguitava a non dar segno di vita, uno strano turbamento cominciò ad insinuarmisi nell’animo.

Nondimeno, fino a mezzogiorno, cioè fino all’ora in cui ebbi occasione di scendere in giardino, non mi mossi e non feci nulla. Fu allora che, osservando le finestre posteriori di casa Bassi e constatando come fossero esse pure ermeticamente chiuse al pari di quelle anteriori, ebbi un violento tuffo al cuore e, fermata da prima guardia di polizia che mi passò a tiro, la pregai di suonare a quella porta.

Essa aderì, ma non ottenne risposta.

— Non c’è nessuno, — disse.

— Suonate un’altra volta, — insistei.

La guardia ricominciò, con identico risultato negativo.

— Lo vedete bene che la casa è vuota, — brontolò. — Del resto, lo sapevo, perchè abbiamo ricevuto ordine di sorvegliarla durante l’assenza dei padroni, e nessuno ci ha detto ancora di smettere.

— V’è dentro una donna, — protestai — ne sono certa ed ho la convinzione che questa notte sia successo qualcosa di molto grave.

Egli si strinse nelle spalle e stava per rimettersi in via; senonché, proprio in quella, ci accorgemmo tutti e due che una donna del popolo s’era fermata davanti alla casa in questione. Portava un involto sotto il braccio, ed il suo viso, eccezionalmente acceso e coi lineamenti sconvolti, spauriti, rispecchiava una emozione intensa: fatto tanto più notevole in quanto che, nelle circostanze ordinarie della vita, esso doveva essere, se non m’ingannavo, perfettamente inespressivo e insignificante. Del resto quella donna non mi era del tutto ignota; più volte anzi l’avevo vista entrare dai Bassi od uscirne.

Incapace di dominare l’agitazione che mi aveva presa, avanzai fino a lei e la interpellai senza cerimonie.

— Chi siete? Lavorate forse per la famiglia Bassi? E conoscete la signora che entrò qui questa notte?

Ella fece un gesto sbigottito, forse per la sorpresa di sentirsi rivolgere la parola d’improvviso, forse perchè la mia voce aveva involontariamente assunto un’espressione un poco brusca.

Indietreggiò con grande premura e credo che, senza la presenza del poliziotto, avrebbe tentato di darsi alla fuga. Invece rimase; ma il vivo rossore, che dava alla sua faccia un aspetto così fuor del comune, divenne anche più intenso. Aveva le guance e la fronte scarlatte addirittura.

— Sono la donna di servizio, — dichiarò. — Vengo ad aprire le finestre e a dar aria agli appartamenti.

Osservai che non aveva risposto alla mia seconda domanda e stavo per ripeterla, allorché intervenne la guardia.

— Allora la famiglia sta per ritornare?

— Non so, però lo suppongo, — disse la donna, ma il tono della sua voce mancava di convinzione.

— Avete le chiavi? — ripigliai, vedendola mettere la mano in tasca.

Essa non rispose e mi voltò la schiena, ma non prima che avessi colto a volo una espressione d’astuzia mista a dispetto, sostituitasi a quella di inquietudine estrema che l’aveva tenuta fino allora.

— Non capisco proprio perchè questo debba importare ai vicini, — borbottò girando un momento la testa per gettarmi un’occhiata cattiva.

— Gli è che, se avete le chiavi, — spiegò il poliziotto, — entreremo con voi, per vedere se tutto sia in ordine.

A queste parole la domestica avventizia fu presa da un tremito, ed io sentii raddoppiare la mia oscura emozione. Se qualcosa di anormale fosse realmente accaduto nel palazzo Bassi, ci tenevo assai ad assistere alla scoperta che io stessa avevo provocata. Ma le prime parole della donna caddero come una doccia fredda sulle mie speranze.

— Entrate pure; non mi fa nulla, — ella disse infatti al rappresentante dell’autorità, — ma non voglio consegnare le chiavi a quella là. Con quale diritto entrerebbe in casa nostra, se la domanda è lecita?

— Essa ha ragione, — dichiarò nel più burocratico dei toni il poliziotto.

E, passandomi davanti senza cerimonie, scese la breve gradinata laterale che conduceva alla porta del sottosuolo, vi entrò, seguito dalla donna, e si chiuse il battente alle spalle lasciandomi con un palmo di naso.

Rimasi là fuori, ferma, ad aspettare. Sentivo di averne quasi il dovere. Più di un passante s’arrestò un momento a guardarmi, tanto il mio atteggiamento, nella strada, senza cappello, con l’occhio inchiodato sulla facciata e tutta la persona fremente, appariva strano; ma io non me ne curai e rimasi imperterrita al mio posto.

Non avrei potuto a nessun patto rientrare in casa mia ad accudire alle mie faccenduole quotidiane se prima non mi fossi assicurata de visu che la giovane donna entrata per quella porta a mezzanotte, sotto i miei occhi, fosse viva e sana e che il suo ritardo nell’aprire le finestre dipendesse unicamente dalla pigrizia abituale nelle signore dell’alta società.

Alcuni passanti s’erano già fermati ad osservare, allorché la porta di servizio s’aprì con violenza e scorgemmo il viso spaventato della domestica che tremava dalla testa ai piedi, come una foglia.

— È morta! — gridò. — È morta! Aiuto! Agli assassini!

Avrebbe aggiunto dell’altro se il poliziotto non l’avesse presa per un braccio e trascinata nell’interno con un brontolio che somigliava forte ad una bestemmia repressa.

Anche questa volta egli fece per chiudermi la porta in faccia, ma io, più lesta di lui, avevo già preso lo slancio. Mi trovai nell’interno prima che avesse potuto impedirmelo, e seguii senza parlare i due.

Fu fortuna, perchè la donna, la quale impallidiva a vista d’occhio, cadde ad un tratto a terra come una massa inerte mentre arrivavamo nel vestibolo. Il poliziotto non era certo un individuo di risorse, di quelli che possano rendersi utili nelle contingenze difficili. Confuso, imbarazzato, non sapeva evidentemente da qual parte voltarsi e fu ben contento di poter lasciare a me l’iniziativa dei necessari soccorsi.

La povera creatura era svenuta, e, per prima cosa, la presi per le spalle e cominciai a trascinarla del mio meglio lontana dalla soglia, verso una panca del fondo, nell’intenzione di farvela sedere.

Ma, nonostante il mio vivo desiderio di assisterla, quando arrivai all’altezza del vicino salottino, vidi uno spettacolo così tragico, così terrificante che abbandonai senza volerlo il mio fardello umano.

Nella mezza oscurità, perchè la stanza in questione era unicamente rischiarata dall’uscio entro il quale si insinuava il mio sguardo, giaceva un corpo di donna in parte nascosta sotto un mobile rovesciato.

Non si distinguevano bene che la gonna e le braccia, allargate in guisa da formare una croce, ma all’aspetto rigido delle membra non era difficile indovinare che la disgraziata era morta.

Mi sentii mancare il cuore e fui ad un filo dal perdere io pure i sensi. Tuttavia il pensiero che l’opera mia si rendeva necessaria in quel momento, mi aiutò ad irrigidirmi contro l’atroce emozione. Con uno sforzo scossi la debolezza che mi aveva presa, e, voltandomi verso il poliziotto, esitante fra la donna di servizio e il cadavere, esclamai con vivacità:

— Via, amico mio, movetevi. Quella infelice là è morta, ma questa che vedete è viva, e bisogna farla rinvenire al più presto. Scendete in cucina a prendere una brocca d’acqua, se potete. Poi andate in cerca di una bottiglia di aceto o di essenza. Io resto qui accanto a lei per aiutarla. È robusta e spero che se la caverà in breve.

Il volto del poliziotto assunse un’espressione sospettosa.

— L’acqua andate a prenderla voi, che sarà meglio, — protestò. — E, poiché ci siete, aprite una finestra e gridate alla gente che chiami un impiegato di polizia e il giudice istruttore. Io non mi muovo certo da questa stanza finché non arrivi uno dei due.

Tanta prudenza mi parve esagerata, ma non era il caso di muovere obbiezioni, ed io mi disposi ad eseguire senz’altro la raccomandazione, compresa della convenienza di provvedere con la maggiore possibile sollecitudine.

— Salite al secondo piano, — egli mi gridò dietro mentre mi allontanavo, — e dite quanto occorre in poche parole. Se aprissimo la porta, quanti sono lì fuori farebbero ressa per entrare.

Salii i gradini a quattro a quattro, aprii una vetrata e constatai che la folla si era ingrossata al punto da invadere, oltre al marciapiede, più che la metà dello spazio destinato ai veicoli.

— Un ispettore di polizia! — urlai con quanto fiato avevo in corpo. — Fate chiamare un ispettore! È successo un accidente gravissimo, e la guardia che è già in casa domanda che si facciano venire subito il giudice istruttore e un impiegato della sicurezza pubblica.

Compiuto così il mio dovere verso le autorità costituite, mi ritirai dalla finestra e mi guardai intorno, in cerca di acqua.

Mi trovavo nella camera da letto di una donna, probabilmente della maggiore delle ragazze Bassi: un locale disabitato da parecchi mesi, dove era naturale mancasse tutto ciò che può servire in una circostanza simile.

Non infatti una bottiglietta d’acqua di colonia sul tavolino da toletta, non i soliti sali sul caminetto. Per fortuna, la conduttura dell’acqua funzionava regolarmente, avevo appena osato sperarlo, e trovai un piccolo bicchiere sul lavabo.

Lo riempii in fretta e mossi verso l’uscio. Nel traversare la stanza urtai col piede contro un piccolo oggetto che riconobbi per un guancialetto da spilli, di forma rotonda. Lo raccolsi istintivamente per quell’amore innato, quasi eccessivo, dell’ordine che non mi abbandona mai, neppure nei momenti più critici, lo deposi su un tavolo che trovai a portata di mano, ed uscii.

La domestica giaceva, sempre svenuta, in mezzo al vestibolo. Le spruzzai l’acqua in viso ed ebbi la soddisfazione di vederla ritornare subito in sé.

Provveduto così al più urgente, mi alzai e gettai l’occhio nel salotto. La guardia non s’era mossa dal posto dove l’avevo lasciata. In piedi accanto al cadavere, lo fissava come se temesse di vederselo scappare via.

Il carattere misterioso di questa terribile faccenda esercitava, mio malgrado, una specie di fascino sull’animo mio. Lasciai la donna, che ormai s’era completamente rimessa, e mi avvicinai al salotto, quando essa mi trattenne con uno strillo:

— No, no! non mi lasciate, per carità! Non ho mai visto niente di più spaventoso! Povera piccina! povera piccina! Perchè non le levano tutte quelle cose che ha addosso?

Essa parlava non soltanto del mobile che era caduto sopra la donna e che aveva la forma di un grande stipo, a compartimenti nella parte inferiore ed a scaffali in quella superiore, ma anche dei vari oggetti che ne erano usciti e giacevano a terra in frantumi, sparsi attorno al cadavere.

— Le leveranno, le leveranno, non dubitate, e presto, — risposi.

— Ma se per caso non fosse ancora morta? Tutto quel peso finirebbe per soffocarla. Volete che la liberiamo insieme? Sono pronta ad aiutarvi. Adesso non ho più nulla, le forze mi sono tornate e mi sento in grado di darvi una mano.

— Sapete chi sia? — le chiesi.

— Io?! — ella esclamò sbattendo forte le palpebre e cercando a fatica di sostenere il mio sguardo. — O come volete che lo sappia? Sono entrata con la guardia, e non mi sono mai avvicinata a quella poveretta più di adesso. Cosa mai può farvi supporre che la conosca? Faccio la domestica avventizia, e mi chiamano qui a quando a quando per aiutare la servitù nella pulizia della casa, ma non conosco neppure per nome le persone della famiglia.

— Mi pareva che foste molto commossa, — replicai.

— Sfido io! — esclamò, quasi offesa — chi non si commuoverebbe al vedere una povera giovane schiacciata sotto un mucchio di stoviglie rotte?

Nella sua ignoranza dava il nome di stoviglie a dei vasi giapponesi che valevano qualche migliaio di franchi l’uno, a un prezioso orologio di Boule, a certe figurine di porcellana di Sassonia che rimontavano a duecento anni almeno!

Il salone ov’era avvenuta la tragedia comunicava con una stanza attigua mediante un ampio arco chiuso da una porta vetrata a due battenti. La morta giaceva a destra di quest’ultima, nell’angolo dirimpetto all’uscio d’entrata.

Appena cominciai ad abituare gli occhi alla penombra, guardai in giro e notai due o tre piccoli particolari che sulle prime erano sfuggiti alla mia attenzione. Innanzi tutto, il corpo era disteso con i piedi rivolti verso la porta che mette nel vestibolo.

Poi, eccezione fatta delle immediate vicinanze del cadavere, non si scorgeva in alcuna parte del locale il più lieve segno di lotta o di confusione. Ogni cosa era a posto, con quella parvenza d’ordine perfetto che regna di solito negli appartamenti della gente per bene.

Data la scarsa luce, non potevo distinguere con precisione, è vero, gli oggetti della vicina stanza, quantunque l’uscio fosse aperto; mi parve però che anche là tutto fosse rimasto al proprio posto.

Mentre facevo tra me e me queste riflessioni, la domestica cercava ad alta voce una spiegazione all’impressionantissimo caso.

— Povera creatura! Se lo sarà fatto cadere addosso da sè, immagino. Ma come ha potuto entrare in casa? E che sarà venuta a fare, così sola, in un palazzo vuoto?

La guardia, alla quale evidentemente erano rivolte queste parole, borbottò fra i denti una risposta incomprensibile, e la donna, nella sua perplessità, mi consultò con lo sguardo.

Ma che potevo dirle?

Qualcosa di indefinibile nel suo contegno mi aveva messa in guardia e mi consigliava a non parteciparle quanto avevo visto la sera innanzi. D’altra parte, non mi piace mentire, perciò rimasi zitta e mi limitai a scrollare il capo con espressione ambigua.

Ella, delusa nell’istintivo bisogno di discorrere, di commentare, si mise di nuovo a contemplare la morta. Ad un tratto, come se fosse colpita da qualche nuovo particolare inatteso, le si avvicinò, gettò un grido soffocato e, inginocchiatasi, cominciò ad esaminare le gonne.

— Cosa fate là? — esclamò il poliziotto con mal garbo. — Alzatevi e lasciatela stare. Il magistrato soltanto ha diritto di toccarla.

— Non faccio nulla di male. Volevo vedere soltanto come quella poveretta è vestita. Un abito turchino, vero? — mi chiese la donna e la voce le tremava in modo strano.

— Sì, di lana turchina. È un vestito fatto, si vede chiaro; però di qualità molto fine. Deve provenire dal negozio Gallia, o da Zerri.

— Non sono abituata, io, a vedere di queste cose, — biascicò la domestica, alzandosi in piedi pesantemente; quel rabbuffo da parte del rappresentante della forza pubblica le aveva tolto anche l’ultimo resto di disinvoltura rimastole.

— Sarà meglio che vada a casa, — soggiunse, tuttavia non si mosse.

— È molto giovane, vero? — ripigliò in capo a forse un'minuto, con fare esitante.

— Pare di sì, — risposi, — benché poco si possa vedere. Certo dev’essere molto più giovane di voi e di me, perchè le donne di età non portano scarpe così strette e così appuntite: hanno troppo giudizio.

— L’ho indovinato subito, — protestò la donna con grande premura, quasi le premesse giustificarsi. — Per questo, prima ho detto «povera piccina».

Stavo per rispondere, allorché ne fui impedita da un improvviso clamore che si levò nella strada, subito seguito da una energica scampanellata.

— La Giustizia, — annunciò il poliziotto. — Aprite, signora o, se volete che vada io, ritiratevi in quella stanza là in fondo.

Ero troppo ansiosa di trovarmi a faccia a faccia con qualche competente e troppo sentivo l’importanza della testimonianza che sarei chiamata a rendere, per farmi pregare. Senza rispondere, mi slanciai verso la porta.

Sherlock Holmes e L’Antro di Lilith di Laura Cremonini

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2 – Il poliziotto




Nel breve tragitto, mi giunse all’orecchio il confuso vociferare della folla, alto, quasi imponente per virtù del contrasto con il greve silenzio che regnava nell’interno della casa. Ne rimasi impressionata; non però al punto da non porre attenzione al fatto che la porta era chiusa con il saliscendi soltanto e da non osservare che il signore della notte innanzi, nell’andarsene, doveva quindi aver tralasciato di dare un giro di chiave.

All’intimazione dei rappresentanti le autorità aprii subito ed intravidi appena un ondeggiare di gente, in gran parte ragazzi che strillavano e si spingevano per curiosare, mentre due signori entravano in fretta.

— Siete voi la donna che chiamò dalla finestra? — mi chiese poco cerimoniosamente uno di essi.

Era un vecchio grande e grosso, dall’aria aperta e disinvolta, a differenza del suo compagno, piuttosto giovane, piccolo, magro e con una cert’aria di severità diffusa su tutta la persona.

— Precisamente, — risposi. — Abito nella casa qui accanto, e mi trovo presente perchè fui la prima ad accorgermi che era accaduto qualcosa di insolito. Guardate in quel salotto, signori.

Erano già arrivati sulla soglia, ed io non credetti necessario aggiungere altro. Lo spettacolo che si offrì ai loro occhi era macabro parecchio; pure non dimostrarono emozione alcuna, corazzati senza dubbio dall’abitudine professionale contro tutte le sorprese.

— Credevo che questa casa fosse vuota, — osservò il signore piccolino, nel quale indovinai un medico.

— Lo era infatti fino a ieri sera... — cominciai e stavo per raccontare quanto avevo visto allorché mi sentii tirare per la sottana.

Mi voltai sorpresa. La muta interruzione era partita dalla domestica avventizia che mi stava vicino.

— Che volete? — le chiesi stupita. Non avevo nulla da nascondere e perciò non comprendevo la sua mossa.

— Io? Nulla, signora, proprio nulla.

— Allora lasciatemi stare, — ammonii, seccata.

— Questa donna venne qui per far la pulizia, — spiegai ai due nuovi venuti — e per entrare ci valemmo delle chiavi che portava con se. Non avevo mai parlato con lei fino a mezz’ora fa.

A questo punto, con un’accortezza che mai mi sarei aspettata da una persona d’aspetto così insignificante, essa provocò una diversione accennando alla morta ed esclamando con impeto, — E questa povera giovane? Non portate via, prima di tutto, quell’orribile peso che la schiaccia? È peccato lasciarla così. Pensate un poco, se fosse ancora viva?

— Oh, quanto a questo, non v’è più nessuna speranza, — dichiarò il dottore prendendole una mano e lasciandola subito ricadere. — Tuttavia non sarebbe male sollevare alquanto questo mobile, tanto da permettermi di posare la mano sul cuore.

Il suo compagno, aiutato dalla guardia, vi si prestò senza muovere obbiezione, ed il medico mormorò, dopo un esame sommario:

— È proprio morta, e a giudicare dalla rigidezza, la fine deve rimontare a parecchie ore. Già che ci siamo, volete scoprire anche la testa? — soggiunse, visto che i due lasciavano lentamente ricadere a terra lo stipo.

Ma l’uomo grande e grosso che aveva assunto a poco a poco una faccia grave, rifiutò col gesto e mi chiese in tono diventato d’un subito autorevole:

— Che intendevate dire quando affermavate che questa casa rimase vuota fino a ieri sera?

— Appunto ciò che esprimevano le mie parole, signore. Qui non v’era nessuno fino a mezzanotte, ora in cui vidi due persone...

Di nuovo mi sentii tirar l’abito, ma stavolta con molta precauzione. Che voleva dunque quella donna? Non osando guardarla in faccia per tema di far sospettare una qualunque intesa fra noi, liberai pian piano la gonna dalle sue dita e mi scostai di un passo, proseguendo come se niente fosse.

— ... e precisamente un uomo ed una donna, fermarsi con una carrozza davanti a questa porta ed entrarvi. Li vidi dalla mia finestra.

— Diavolo, diavolo! — mormorò il mio interlocutore, che era senza dubbio un funzionario di polizia.

— E la donna era questa, immagino, — proseguì, accennando alla poveretta che giaceva a terra.

— Ma sì, certamente. Chi altri potrebbe essere? Non vidi in viso quella signora, ma rammento che era giovane, snella, elegante di movenze e che salì i gradini allegramente.

— E l’uomo, dov’è? Non lo vedo da nessuna parte.

— È naturale, se ne andò poco dopo che era venuto, in capo a dieci minuti o giù di lì. Questa fu la prima cosa che destò la mia inquietudine e mi spinse al mattino ad avvertire la guardia. Mi pareva strano che uno dei Bassi lasciasse una donna sola in una casa così grande, disabitata da tempo e quindi senza comodità, a passarvi la notte.

— Conoscete dunque i Bassi?

— Pochissimo. So ad ogni modo che sono gente educata e rispettabile; prima di tutto si vede, poi lo intesi dire da più di uno.

— Il signor Bassi ad ogni modo è in Europa con le figliole.

— Ha però due figli maschi, che non sono partiti.

— Abitano qui?

— No, il maggiore, che è scapolo, nella assenza della famiglia sta a Vicenza, e il più giovane si è stabilito con la moglie in non so qual parte del Piemonte. Però viene a Milano spessissimo, per affari.

— Come entrò in casa la coppia di cui parlate? Venne qualcuno ad aprire?

— No, il signore aveva la chiave.

— Ah... aveva la chiave?

Il tono col quale vennero pronunciate queste ultime parole mi ritornò alla mente più tardi in tutto il suo significato. Ma per il momento, mi fece più impressione un curioso rumore che intesi alle mie spalle e che somigliava forte a un respiro di sollievo.

Compresi che veniva dalla domestica, ma non riuscivo ad immaginare quali sue ansie avessero potuto calmare o quali sue segrete aspirazioni appagare le mie semplicissime risposte. Le gettai uno sguardo furtivo e proseguii senz’altro:

— Poco dopo egli uscì di nuovo, ma solo, e si allontanò a passo rapido. La vettura non s’era fermata ad aspettarlo.

— Ah! — mormorò il mio interlocutore, raccogliendo uno dei frammenti di porcellana sparsi a terra e guardandolo fisso, mentre io studiavo senza troppo costrutto il volto della donna di servizio, sul quale una serie di emozioni, varie ed inesplicabili, si succedevano, confondendosi a vicenda.

Anche il presunto funzionario di polizia doveva essersi accorto della sua agitazione, perchè subito cominciò ad interrogarla pur seguitando a fissare il pezzetto di vaso rotto che teneva in mano.

— E voi, come mai avreste dovuto far la pulizia di una casa disabitata? Forse la famiglia sta per ritornare?

— Per l’appunto, signore, — ella rispose pronta, dominando con molta abilità la sua commozione, a pena si accorse di essere osservata. — I signori sono aspettati da un giorno all’altro. Non lo sapevo fino a ieri, cioè, sbaglio, fino all’altro ieri, in cui il signor Luigi, il figlio maggiore, una degna persona in fede mia, mi avvertì per lettera dandomi incarico di metter ordine nelle stanze. Non è la prima volta che faccio questo servizio, signore, perciò ieri mattina, dopo essermi fatta dare la chiave dall’agente della ditta, venni qui e lavorai tutta la giornata a lavare i pavimenti ed a spolverare i mobili. Questa mattina, poi, volevo tornare per tempo, perchè, si capisce, avevo tutt’altro che terminato. Ma mio marito si sentì male, ed io dovetti andar a chiamare il medico, aspettare la sua visita, comprare le medicine e tante altre cose, così che quando arrivai era già suonato mezzogiorno. Davanti alla porta trovai questa signora — e m’indicò con un leggero inchino — assieme ad una guardia. Mi presero la chiave, il poliziotto aprì la porta, entrò con me e cominciò a visitar le stanze. Entrando qui, abbiamo visto... Dio, Dio!

Aveva parlato con rapidità crescente, come se le parole le affluissero in copia alle labbra e non riuscisse a regolarne il corso. A questo punto si arrestò di colpo e si mise a spiegazzare nervosamente gli orli del grembiule.

Guardai di sottecchi il suo interrogatore per vedere se egli pure avesse notato alcunché di strano nel contegno di colei. Ma la sua faccia rimaneva impenetrabile, sia che dissimulasse di proposito le sue impressioni, sia che nella sua lunga esperienza avesse imparato a tener conto della forte impressione che nelle persone semplici e ignoranti produce la vista di un tragico avvenimento e l’intervento della polizia.

— Sarete chiamata a dar testimonianza alla prossima inchiesta, — ripigliò il funzionario, sempre con l’occhio fisso altrove.

— Via, via, non vi agitate! — soggiunse con bontà al vedere il tremito che tale annuncio provocò nell’interpellata. — Assieme alla guardia, foste la prima a vedere il cadavere, e dovrete semplicemente deporre in questo senso. Anzi, poiché non posso dirvi quando si avrà bisogno di voi, farete bene ad aspettare qui l’arrivo del giudice istruttore. Anche voi, signora, tanto, non può tardar troppo.

— Mi chiamo Paola Barzini, — mi credetti tenuta a dirgli.

— Ed io mi chiamo Giuseppe Greco.

— Siete un poliziotto?

— Per l’appunto.

— Questo vi sembrerà senza dubbio un caso molto serio, — arrischiai, dopo un breve intervallo di silenzio.

— Una morte violenta è sempre cosa seria.

Seguì un momento d’imbarazzo.

Stavo per ritirarmi nel vicino salotto, perchè, quantunque egli avesse già detto che la mia presenza in casa gli sembrava opportuna, non mi sentivo altrettanto certa che fosse contento di vedermi rimanere in quella stanza.

Ma nel momento in cui mi avviavo all’uscio mi pregò invece di trattenermi ancora un poco e di ripetergli il mio racconto. Era quasi certo che lo avrebbero incaricato delle ricerche intorno al fatto e voleva intanto cominciare con il chiedermi certi chiarimenti.

Mi prestai di buona grazia al suo desiderio, diffondendomi anzi nei particolari più che non fosse stata mia intenzione. Ma, come si fa? Quell’uomo conosceva così a fondo l’arte di interrogare e sapeva mostrarsi così insinuante od autorevole a tempo e a luogo, che le parole mi uscivano di bocca direi quasi da sole.

Una sola cosa tenni per me, visto che egli non vi alludeva in modo alcuno: l’impressione che mi aveva prodotto il contegno bizzarro della domestica avventizia. Forse egli non se n’era accorto, o non vi annetteva importanza.

Rintocchi di Morte di Arthur Dayle e Curt Matul

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3 – Prime ipotesi




Appena il signor Greco ebbe finito di interrogarmi andai ad aspettare l’arrivo del magistrato in un gabinetto da lavoro situato all’estremità dell’appartamento. Dopo le complesse emozioni provate si può dire fin dalla sera innanzi, sentivo un imperioso bisogno di solitudine e di raccoglimento.

E là, seduta su una comoda poltrona, nella quiete assoluta di quella stanza appartata, a tu per tu coi miei pensieri, mi accorsi con una certa sorpresa come l’interesse acuto di quel dramma di sangue e l’attrattiva del mistero soffocassero in me l’orrore naturale che si prova alla vista di un cadavere e all’idea di un probabile delitto.

Mi pareva, nella breve meditazione, di aver notato alcuni fatti nuovi dai quali poter trarre qualche conseguenza inattesa e cominciai con il trascriverli sul rovescio di un conto da droghiere che per caso m’era rimasto in tasca. Quantunque non fossero tali da gettare molta luce sulla tragedia, avrebbero almeno servito a meglio fissare le mie idee.

Riassunsi le mie osservazioni in tre domande e cercai di rispondervi nel modo migliore.

Primo: la morte della giovane donna doveva attribuirsi ad un disgraziato accidente?

Secondo: si trattava di suicidio?

Terzo: era invece un assassinio?

Scrissi sotto la prima intestazione:

Ragioni per non credere ad un accidente.

1. Se fosse stato un accidente, cioè se colei si fosse fatta cadere addosso lo stipo senza volerlo, l’avrebbero trovata coi piedi rivolti verso il muro al quale il mobile in questione stava addossato. Ma essi giacevano invece in direzione dell’uscio, e la testa scompariva sotto il mobile.

2. Le vesti, disposte decentemente, ordinatamente intorno alle gambe, come a bello studio, escludono l’idea d’una disgrazia.

Poi, sotto la seconda intestazione:

Ragione per non credere al suicidio.

La morta non avrebbe potuto trovarsi nella posizione da noi osservata quando la scoprimmo se non ammettendo che si fosse coricata a terra mentre era ancora viva e poi avesse tirato a sè lo stipo fino a farselo cader sopra, cosa impossibile ad ammettersi.

E finalmente, sotto la terza:

Ragione per non credere ad un delitto.

Sempre il fatto della posizione, tale da far supporre che qualcuno avesse tenuta la donna ferma a terra mentre altri le gettava addosso il pesante mobile. Versione, questa, esclusa in via assoluta dall’aspetto tranquillo delle mani e dei piedi, che non lasciava sospettare nè lotta nè resistenza.

Ma sotto l’ultimo capoverso aggiunsi:

Ragioni per credere all’assassinio.

1. La giovane non entrò sola in casa. Un uomo era con lei, egli vi rimase dieci minuti e poi uscì, allontanandosi con evidente premura, come chi abbia paura di essere scoperto o si trovi a disagio in un dato posto.

2. L’uomo stesso, che aveva aperta la porta d’ingresso con la chiave al suo giungere, trascurò di chiuderla nello stesso modo andando via e non tornò più da quelle parti nè allora nè in seguito.

3. La disposizione delle sottane suggeriva il pensiero che una mano premurosa le avesse composte dopo la morte.

Nulla di molto chiaro, come si vede. Dubitavo di tutto, pure i miei sospetti tendevano a preferenza verso l’omicidio.

Fu fortuna che avessi fatto colazione avanti di dar principio al mio intervento con l’avvertire la guardia, perchè suonarono le quindici prima che fossi chiamata alla presenza del giudice istruttore.

Egli se ne stava nel primo salotto, dove giaceva il cadavere.

Erano presenti parecchi signori, ma su due soltanto fermai l’attenzione: su colui nel quale indovinai il giudice istruttore e sul signor Greco, il mio interlocutore di prima. Dall’animazione che lessi in viso a quest’ultimo, compresi come il caso dovesse farsi sempre più interessante dal punto di vista poliziesco.

— Ah, è questa la teste? — chiese il magistrato al vedermi.

— Mi chiamo Paola Barzini, — risposi avanzando — abito nella casa qui accanto e mi trovai presente subito dopo scoperto il corpo dell’uccisa.

— L’uccisa! Perchè vi servite di questa parola?

Trassi di tasca la carta sulla quale avevo buttato giù le mie modeste conclusioni e glie la porsi, dicendo semplicemente:

— Leggete.

Evidentemente stupito, egli prese il foglietto e si mise a scorrerlo con l’occhio. Giunto alla fine, mi guardò con un sorriso di approvazione e passò l’opera mia al poliziotto, che le fece un’accoglienza ben diversa perchè divenne scuro in viso ed aggrottò le ciglia mentre con un brusco gesto la metteva in tasca.

— Due campioni alle prese, — osservò il magistrato con ironia bonaria.

— È da sperare che finiscano con il far causa comune, altrimenti, povero me! Signora Barzini, — soggiunse ridiventando serio, — adesso stanno per rimuovere lo stipo. Vi sentite in grado di sopportare la vista di quello che c’è sotto?

— Sono pronta a tutto, quando si tratta di servire la causa della giustizia e della verità, — risposi, sebbene il cuore mi battesse forte nell’attesa dello spettacolo orrendo.

— Benissimo. Favorite di mettervi a sedere, appena il corpo sarà visibile, vi chiamerò.

E subito diede gli ordini per sollevare il mobile e raccogliere le porcellane rotte.

Assieme a queste ultime si trovava anche un bell’orologio da tavolo, e mentre esso veniva deposto orizzontalmente sul marmo del caminetto, uno dei presenti osservò:

— Sarebbe stato un prezioso testimone se al momento della caduta fosse stato in moto.

Ma non v’era dubbio che non fosse fermo da più mesi, perciò nessuno rispose, e il signor Greco non lo degnò neppure d’uno sguardo. Comunque, segnava le cinque meno tre.

Mi sentivo incapace di mettermi a sedere come aveva suggerito il giudice istruttore. Ferma in piedi accanto al vecchio poliziotto, seguii con l’occhio, come affascinata, i movimenti di coloro che rimettevano a posto il pesante mobile e vidi lentamente emergere la parte superiore del cadavere rimasta nascosta fino allora.

Incontrando il mio sguardo, il magistrato inquirente accennò alla povera creatura e mi domandò:

— È questa la donna che vedeste entrare qui la notte scorsa?

Osservai le sue vesti, riconobbi la corta mantellina da estate chiusa al collo da un gran nastro col nodo piuttosto complicato ed assentii col capo.

— Sissignore, rammento benissimo la mantellina, — dichiarai. — Ma dov’è il cappello? Lo aveva di sicuro. Aspettate un momento, chissà che non mi riesca di descrivervelo.

Chiusi gli occhi, cercando di ricostruire la figura intravista alla scarsa luce del fanale mentre pagava il vetturino e ne ebbi la visione abbastanza netta per poter affermare che portava un cappello molle di feltro con una penna od una gala rigida posata verticalmente da un lato.

— In tal caso l’identità di questa donna con colei che vedeste entrare la notte scorsa, resta stabilita, — osservò il poliziotto chinandosi e traendo di sotto al povero corpo sfigurato un cappello rispondente alla mia sommaria descrizione quanto bastava a permettere di riconoscerlo per quello stesso.

Stabilito tale punto, che a parer mio risultava evidente fin dal principio, il giudice istruttore invitò il medico a fare un esame più completo del cadavere. Ma, mentre mi tiravo da parte per cedergli il posto, un nuovo pensiero mi venne in mente.

— Lasciatemi vedere un momento quel cappello, vi prego, — dissi al signor Greco e dopo averlo ben guardato di dentro e di fuori in ogni senso, ripresi. — È tutto schiacciato e ha perduto ogni freschezza, nondimeno posso assicurare che venne adoperato una sola volta.

— Come lo sapete? — chiese il magistrato.

— Mah! domandatelo a lui, — ribattei vivamente, accennando al vecchio poliziotto che aveva accolto la mia dichiarazione con un sogghigno eloquente.

— Anche l’abito è nuovo, o quasi, — proseguii poi, riprendendo il tono serio e cortese di prima, — però lo stesso non può dirsi delle scarpe. Senza essere precisamente vecchie, si vede che hanno fatto ampia conoscenza con il lastrico della strada, mentre l’orlo della gonna è, si può dire, intatto. Non vedo i guanti, ma fra l’ingresso di questa poveretta e l’assalto che l’uccise trascorsero certo parecchi minuti, ed ella ebbe tutto il tempo di toglierseli.

— Come? — osservò il giudice istruttore in tono incredulo, — nonostante il buio, siete anche riuscita a vedere che questa giovane portava i guanti?

— Veramente, no. Ma è improbabile che una donna così ben vestita entri in una casa signorile senza questo indispensabile complemento della toletta.

— Eccoli qua, infatti, — entrò a dire una voce tranquilla alle mie spalle ed il braccio di colui che il magistrato aveva chiamato mio rivale, si avanzò, facendomi dondolare davanti al naso un paio di guanti raccolti uno dentro l’altro.

— Sì, sì, precisamente! — esclamai tutta giuliva. — Sono suoi!

— È troppo presto per affermarlo. Ad ogni modo, mi congratulo con voi, perchè furono realmente rinvenuti qui.

In quella, il medico, che durante il nostro colloquio era sempre rimasto inginocchiato accanto alla morta, silenzioso e impenetrabile in viso, si alzò e disse:

— Signor giudice istruttore, stimerei opportuna la presenza di un collega. Vorreste mandare a chiamare uno dei dottori appartenenti al vostro ufficio?

Il magistrato assentì con un cenno del capo, indi si rivolse a me.

— L’inchiesta avrà luogo posdomani, nel mio ufficio. Tenetevi pronta alla chiamata, perchè vi considero uno dei testimoni più importanti.

Era un congedo in piena regola, ed io, dopo averlo assicurato che mi sarei guardata bene dal mancare, uscii dalla stanza. Non mi sentivo però di andarmene anche dalla casa e mi trattenni nel vestibolo.

Un giovanotto alto e snello, dall’occhio intelligente e dall’aria disinvolta, che stava appoggiato con la schiena alla balaustra della scala, appena mi vide, mi si avvicinò senza cerimonie.

— Siete la signora Barzini? — mi chiese.

— Sissignore.

— Io sono il cronista di turno del Mattino di Milano. Permettete...

Ma all’occhiata fulminante che gli lanciai, si fermò di botto ed io, commossa della sua discretezza degna di ogni encomio in un giornalista novellino, mi piegai senz’altro alla domanda che non aveva espressa.

— Non ho alcuna difficoltà a mettervi a parte di quanto già dissi agli altri, — dichiarai sorridendo ed infatti gli raccontai quanto stimavo opportuno di far conoscere per il momento al pubblico, poi, a guisa di ricambio, gli domandai se stimasse probabile che lasciassero la morta in casa anche tutta la notte.

Egli credeva di no. Il giovane Bassi era già stato chiamato per telegrafo e sarebbe giunto da un momento all’altro. Si aspettava appunto il suo arrivo per procedere alla rimozione del corpo.

— Di quale dei due fratelli parlate? — gli chiesi.

— Del maggiore, quello che sta a Vicenza.

— O allora, come può esser qui tanto presto?

— Perchè si trova in città. Pare che suo padre debba ritornare proprio oggi dall’Europa, a bordo dell’Orient Express e per questo egli è venuto qui ad incontrarlo.

Non dissi altro, combattuta fra il desiderio ardente di assistere all’arrivo del giovane e di udire quel che avrebbe detto, ed il pensiero che ormai l’assenza da casa mia era durata anche troppo.

Quasi indovinasse la mia perplessità e volesse aiutarmi a risolverla, il giornalista mi offerse gentilmente il braccio proponendomi di accompagnarmi nel breve tragitto attraverso la folla. Stavo per accettare, allorché una scampanellata ci inchiodò entrambi al nostro posto.

— Un altro testimone, o un telegramma per il giudice istruttore, — sussurrò il mio compagno, mentre io facevo del mio meglio per simulare una indifferenza che ero ben lontana dal provare.

Una guardia aprì la porta, e credo che, al pari di me, il cronista si compiacesse nel suo intimo di non essere andato via prima. Chi sopraggiungeva era infatti il signor Luigi, il più anziano ed insieme il più simpatico ed il più rispettabile dei due fratelli Bassi.

Rosso in viso e visibilmente agitato, pareva volesse annientare con lo sguardo la folla che si pigiava e lo spingeva, proprio sulla soglia di casa sua. Dietro a lui, mentre entrava in fretta, scorsi per un istante una vettura coperta, con parecchi bagagli di dietro, sul tetto e a cassetta e compresi che il giovane non giungeva solo nel palazzo di famiglia.

— Che cosa c’è stato? — egli chiese, gridò quasi, mentre la porta gli si richiudeva alle spalle, vedendo i sei o sette estranei che lo circondavano, fra i quali il cronista ed io spiccavamo in prima fila.

Il signor Greco, sbucato per incanto non so di dove, si incaricò della risposta.

— Un dolorosissimo caso, signore. Una giovane venne trovata qui, morta, schiacciata sotto lo stipo di uno dei vostri salotti.

— Una giovane! qui! con la casa vuota da tanto tempo! Sarà piuttosto una donna d’una certa età, la domestica avventizia.

— No, signor Bassi, non ho sbagliato, quantunque avessi forse fatto meglio a chiamarla una signorina, perchè era benissimo vestita.

Per tutta risposta, il corretto ed elegante discendente dei Bassi si lasciò sfuggire una bestemmia grossolana, che mi sento in grado di giustificare, ma che mi guarderò bene dal trascrivere.

— Essa giace ancora dove l’abbiamo trovata, — proseguì il rappresentante della polizia col suo fare tranquillo, quasi patriarcale. — Non volete vederla? Forse ci potreste dire chi sia.

— Io?! — gridò il signor Bassi, indignato. — Perchè dovrei conoscerla? Sarà certo qualche ladra che si rovesciò addosso il mobile, cercando di forzarlo, e vi rimase sotto.

— Forse, — ammise l’agente di polizia, ed io mi sentii così disgustata da quella bugia che somigliava forte ad un tranello, che mi indussi a fare una cosa dalla quale avevo prefisso in cuor mio di astenermi: entrare in discorso direttamente senza essere interpellata.

— Come potete dir questo, signor Greco? — esclamai, — se la poveretta venne qui assieme ad un giovanotto che la introdusse in casa con una chiave e poi la lasciò sola?

Non ricordo d’aver mai prodotto in vita mia una sensazione simile. In un attimo tutti gli occhi si fissarono su me, eccettuati quelli del poliziotto. Egli aggrottò le sopracciglia, evidentemente seccato, ma il suo volto prese una espressione enigmatica quando il giovane Bassi proruppe con impeto, come se volesse investirmi:

— Chi osa dir questo? Ah, la signora Barzini! Scusate, ma non mi pare di avere inteso bene le parole vostre.

Le ripetei posatamente, con molta calma e chiarezza, mentre il signor Greco, impenetrabile come una sfinge, contemplava ostinatamente una figurina di bronzo che adornava la balaustra della scala, alla base.

Quando ebbi finito, i modi del signor Luigi mi parvero subire un cambiamento e l’espressione del suo volto del pari. Sempre dignitoso ed eretto della persona, egli aveva però in parte perduta l’aria di sfida del primo momento, e se mostrava sempre una certa fretta nervosa, questa sua impazienza stessa sembrava aver mutato natura. Una piega alle labbra del signor Greco mi fece comprendere che egli pure aveva fatto l’identica osservazione.

— Mi rivelate una circostanza molto strana, signora, — ripigliò il giovanotto salutandomi col capo. — In verità non so capire... Ad ogni modo, ritengo ancora si tratti di ladri. Ammazzata, dite, dunque? Ed è proprio morta?

S’era avanzato verso il salotto. Nel momento in cui vi entrava, il signor Greco gli era già al fianco.

— Credete che chiudano l’uscio? — chiesi piano al giornalista che mi era rimasto vicino.

— Lo temo, — egli mormorò.

Infatti non s’ingannava. Evidentemente il poliziotto ne aveva avuto abbastanza della mia intromissione e voleva mettermi da parte. Ma nel breve istante in cui il battente rimase aperto colsi a volo una frase pronunciata dal signor Bassi:

— In quello stato! E chi potrebbe mai riconoscerla?

Lo vidi anche in faccia mentre parlava. Sembrava molto più agitato di quanto volesse lasciar supporre, e tale agitazione era innegabilmente in aperto contrasto con le sue parole...

— Ed ora dovrei andarmene, perchè anch’io ho le mie occupazioni, — osservai, rivolta al giornalista. — Pure mi sembra conveniente rimanere ancora un poco, per il caso che il signor Bassi voglia chiedermi qualche chiarimento.

— Infatti, — egli approvò, — è assai probabile che ne senta il bisogno. Volete sedere?

Non ebbi il tempo di rispondere, perchè si intese una nuova suonata di campanello e mentre la porta si apriva per dar passaggio al signor Guido Bassi, il capo della famiglia, suo figlio Luigi uscì dal salotto.

— Babbo! Non potevi aspettare ancora un poco? — esclamò il giovane, visibilmente turbato.

Il padre, che senza dubbio arrivava, fresco, fresco, dal treno, si asciugò la fronte con gesto irritato.

— Aspettare in mezzo ad una folla che schiamazza parlando di morti e di assassini, con Isabella da una parte che si mette a piangere e Carolina dall’altra che mi diventa pallida come un cencio e straluna gli occhi. No, caro mio, quando c’è qualcosa che non va, voglio saper subito di che si tratta e che siano successi dei fatti anormali è chiaro come il sole. Dunque, cos’è stato? Qualche altro tiro di tuo fra...

Ma il giovane mi prese ad un tratto per la mano tirandomi avanti con bel garbo ed interrompendo a mezzo la parola cominciata:

— Babbo, c’è qui la signora Barzini, la nostra vicina.

— Ah! Eh già... Buongiorno, cara signora. Felicissimo di vedervi. Come mai è qui? — borbottò poi fra i denti.

— Vieni con me in salotto, e ti dirò tutto, — ripigliò il figlio con premura. — Ma, a proposito, dove sono Isabella e Carolina? Le hai lasciate sole?

— Ho dato ordine al cocchiere di fare un giro mentre entravo a vedere.

— Allora puoi fermarti un poco. Andiamo, però mi raccomando, procura di star calmo. È accaduto un tristissimo accidente e devi prepararti alla vista del sangue.

— Del sangue? Oh, sono forte e posso sopportare qualunque spettacolo, purché Spartaco...

Il resto si perdette nel rumore dell’uscio che si richiuse alle loro spalle.

Nel salotto, subito, le voci assumevano un diapason piuttosto alto, senza però che mi venisse fatto di distinguere una parola. Poi ad un tratto si calmarono ed il proprietario del palazzo uscì, tutto preoccupato in viso, con un fare dimesso, quasi umile, che contrastava assai con la collera mal repressa di poco prima.

Avveniva in lui lo stesso fenomeno che avevo già osservato nel figlio. Ed era così assorto nei suoi pensieri che non si avvide neppure di me, sebbene gli stessi proprio davanti.

— Fa che Spartaco non venga, — diceva a mezza voce, — procura di tenerlo lontano finché non siamo sicuri...

Credo che il giovane gli urtasse il braccio a questo punto, perchè si interruppe bruscamente, si fermò e si guardò in giro, in aria trasognata.

— Ah! fu dunque lei a vedere... — cominciò in tono di viva contrarietà, ma Luigi anche questa volta lo interruppe con ansietà mal dissimulata.

— Lascia andare, babbo, sei troppo scosso, adesso, per parlare. Sfido io! Non si assiste impunemente ad uno spettacolo come quello.

— Sì, sì, hai ragione. Ma, e le povere ragazze? A quest’ora saranno mezzo morte di paura. Figurati, s’erano messe in testa che fosse successa qualche disgrazia a Spartaco ed io stesso non ero lontano dal supporlo. Per fortuna si tratta invece di qualche vagabonda, di qualche...

Pareva destino che il vecchio signore non riuscisse mai a terminare una frase. Anche questa volta il figlio gli tagliò le parole in bocca per chiedergli cosa pensasse di fare delle due giovani. Condurle là dentro non era possibile.

— Eh no, si capisce. Le accompagnerò in qualche albergo.

La proposta era ragionevole, ma la voce suonava vuota, incolore, come di chi abbia il pensiero rivolto altrove.

Ebbi un’idea geniale. Avanzai d’un passo e dissi nel tono più insinuante di cui io sia capace, — Permettetemi, nella mia qualità di vicina, di offrire ospitalità alle signorine per questa notte. La mia casa è qui ad un passo, piccola ma tranquilla.

— Sarebbe troppo disturbo per voi, — obbiettò il signor Luigi.

— Tutt’altro, anzi dopo un’emozione come quella che ho provato, un pò di compagnia non può farmi che bene. Sarò felice di mettere una stanza a disposizione delle sorelle vostre.

— Grazie, accetto, — dichiarò il padre. — Signora Barzini, siete molto gentile, e le mie figliole approfitteranno ben volentieri della vostra offerta, ne sono certo. Luigi, vai tu a prenderle. Io devo trattenermi qui ancora un poco.

Il giovane obbedì ed io finalmente mi mossi. Ero giunta alla porta quando, per la terza volta mi sentii tirar la gonna.

— Siete decisa a sostenere sempre quella storia? — mi sussurrò una voce all’orecchio. — Quella del giovanotto e della signorina che sarebbero entrati qui di notte?

— Diamine! — risposi piano.

Avevo riconosciuta la domestica avventizia, che nella semi-oscurità mi si era avvicinata senza che l’avvertissi.

— Perchè non dovrei sostenerla, dal momento che è la verità pura e semplice?

Ella ebbe un breve risolino pieno di un riposto significato che non riuscivo a indovinare.

— Brava! Siete furba, voi, e siete anche molto buona! — replicò e con un altro sorriso di compiacenza e un’occhiata ammirativa, che proprio non mi sentivo di meritare, scomparve nell’oscurità.

Le Due Rivali

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4 - Sconosciuta




Accolsi le signorine Bassi con tutti i riguardi dovuti, ma senza eccessiva espansione per non indurle nel sospetto che volessi approfittare dell’insolita circostanza per stringere un’amicizia di cui fino allora non avevano stimato opportuno onorarmi.

Le alloggiai nella camera destinata agli eventuali ospiti, ma le invitai a trattenersi a piacer loro nel salotto. Il poggiolo coperto di questo guarda sulla strada, ed ero sicura che le due ragazze sarebbero state liete di poter seguire con l’occhio almeno dal di fuori quanto avveniva nella loro casa. Quanto a me, mi accontentai di farvi una breve apparizione di quando in quando, non volendo aver l’aria di imporre la mia compagnia.

I Bassi, padre e figlio, erano tornati sul teatro della tragedia e, come si poteva arguire dal nostro posto d’osservazione, erano già incominciati i preparativi per il trasporto della salma.

Mentre le guardie di polizia disperdevano per la terza o la quarta volta la folla che un minuto dopo si riformava ostinatamente nell’aspettativa, di continuo delusa, dell’epilogo, intesi la voce di Carolina che diceva:

— Si vede che non riescono a trovare Spartaco, altrimenti egli sarebbe qui da un pezzo... L’hai vista, tu, quella volta che l’abbiamo incontrata nell’uscire da Modiani? Federica Premoli la osservò bene e mi disse che è piuttosto bella.

— Io guardavo da un’altra parte mentre passava. Perciò...

Un confuso grido che veniva dalla strada coprì la sua voce, impedendomi di udire il resto.

— Non posso crederlo, — furono le prime parole che mi giunsero di nuovo all’orecchio, — tuttavia Luigi ha una grande paura...

— Taci! C’è la vecchia, — interruppe la sorella, disse proprio così, quella sfacciata!

Ed il discorso proseguì a voce tanto bassa che non mi venne fatto di intendere neppure una parola, finché Isabella, che è la più ciarliera e la più impulsiva delle due, non esclamò con voce tremante e commossa, a guisa di conclusione:

— Se è lei, il babbo non tornerà ad essere mai più quello di prima. Morire così, in casa nostra! Ah, ecco finalmente Spartaco!

E le ragazze balzarono in piedi con una esclamazione e si spinsero col busto fuori della finestra, come se avessero voluto attrarre l’attenzione del fratello per un saluto, per un gesto di interrogazione, di incoraggiamento o di consiglio.

Ma poco badai alle loro piccole manovre, con gli occhi fissi com’ero sulla vettura che aveva condotto il signor Spartaco e che, a cagione dell’arrivo del carro-ambulanza venuto proprio allora a prendere la morta, s’era dovuta fermare al lato opposto della strada.

Mi premeva assai veder scendere il giovane Bassi per poter giudicare se il suo aspetto coincidesse con quello dell’uomo al cui arrivo nello stesso posto avevo assistito la sera innanzi. Ma per il momento egli non si mosse.

Aveva già posato la mano sullo sportello allorché la porta del palazzo si aprì, e quattro uomini apparvero in cima ai gradini reggendo un fardello che si affrettarono a deporre entro il carro coperto.

Al vederlo, il giovane si rigettò indietro, sui cuscini con brusco gesto e quando il suo viso ricomparve, era ricoperto di un pallore cereo che lo faceva tragicamente spiccare fra tutti quelli della gente raccolta là intorno.

Luigi Bassi s’era certo avanzato fino all’uscita dietro i portatori, perchè appena suo fratello si mostrò per la seconda volta, fece per precipitarsi verso di lui tentando invano di fendere la folla.

Il signor Greco, più abile o più fortunato, vi riuscì invece subito, ed accostatosi alla carrozza, scambiò poche parole con il giovane che l’occupava. Poi rivolse un ordine al vetturale, saltò dentro accanto a Spartaco ed il cavallo partì di buon trotto.

Seguì immediatamente il carro-ambulanza, e dietro ad esso una parte degli astanti, poi in coda a tutti gli altri Bassi, padre e figlio, lasciandoci tutte e tre in uno stato di ansia e di perplessità facile ad immaginare.

A pranzo parlammo sempre di cose indifferenti: per quanto vivo fosse il mio desiderio di approfondire parecchie questioni interessanti, capivo la sconvenienza di ritornare su un argomento che le mie ospiti amavano manifestamente di evitare. E quando, a sera fatta, venne il loro padre, mi ritirai discretamente lasciandolo solo con esse.

Il vecchio signore era triste, preoccupato, e buona parte della sua alterigia abituale pareva scomparsa. Teneva in mano un telegramma sgualcito e lo stringeva fra le dita con gesto nervoso.

Nulla mi disse, all’infuori di poche frasi cortesi ed insignificanti, ed allorché se ne andò e le due ragazze si ritirarono per la notte non ne sapevo molto di più, riguardo al misterioso dramma della vigilia, di quanto avessi già capito prima di lasciare la casa dove s’era svolto.

Ma altri erano meglio informati di me, e non ignoravano come una scena molto drammatica e piena di acuto interesse si fosse svolta presso l’impresa delle pompe funebri dove era stato trasportato il cadavere della sconosciuta.


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