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Mentre sento il tuo profumo

Serena Cappelli















































Copyright 2018 Serena Cappelli

Smashwords Edition

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A Parigi, città dai mille volti che

mi ha fatto scoprire il mio

Indice

1. Odori

2. Mer du Nord

3. Equilibri

4. La partita a carte

5. Complici

6. Incontri

7. E mi manca il fiato

8. Il corpo del reato

9. La caduta

10. Nero di seppia

11. Amore è

12. Amore non è

13. Innamorarsi di un bacio

14. Con gli occhi chiusi

Note sull’autrice



1. Odori

Parigi, sabato 7 settembre

Mentre lo aspetti non riesci a togliere gli occhi dalla ragazza nel tavolo accanto al tuo. È bella, ma non se ne rende conto. Capisci che è preoccupata per i suoi capelli, perché continua a toccarli mentre osserva i tuoi. Vorresti rassicurarla; vorresti dirle che non è importante, che i tuoi capelli sono perfetti ma che la tua vita non lo è.

Entra il suo compagno e dietro di lui entra Laurent.

Laurent, il tuo amore.

Laurent, il tuo tormento.

Perché Laurent non è tuo, Julie. E prima lo capirai, meglio sarà per tutti. Non è tuo. Appartiene a un'altra donna; accarezza la sua pelle, respira il suo profumo, cucina per lei, passeggia con lei, si corica accanto a lei.

E tu chi sei, Julie? Chi sei?

Sei quella con cui lui ama ridere, sorridere, parlare e camminare, ma non sei nessuno.

Sei quella che lui bacia di sfuggita negli androni, ma non sei nessuno.

Sei quella che lui al ristorante sfiora piano, ma non sei nessuno.

Sei quella con cui il suo corpo esplode di piacere, ma non sei nessuno.

Non sei sua moglie.

Ma nemmeno la sua amante.

Per te non ci sono definizioni.

Sei tutto.

E non sei niente.

Lo guardi mentre beve la sua solita spremuta. Tra cinque giorni sarete lontani da Parigi. Insieme.

Vedi una terrazza sul mare con tante luci colorate; ci saranno pochi tavoli di legno, delle tovaglie a quadretti e un'orchestrina di quelle che non si trovano più. Vi sarete fermati lì per mangiare qualcosa dopo il teatro e avrete ancora addosso gli abiti eleganti. Tu avrai il vestito di seta blu, quello lungo che ti lascia le spalle scoperte, ma la brezza non ti darà fastidio. Riderai.

Lui ti chiederà di ballare, poi ti prenderà per mano e ti porterà al centro della terrazza. Lì rimarrete sospesi nel tempo e nello spazio, come se quel momento non dovesse finire mai. L'istante perfetto. Le stelle, le luci, la musica, le sue labbra sul tuo collo, il fruscio della seta, il vento leggero che ti muoverà i capelli sfuggiti dallo chignon, il calore della sua guancia contro la tua. Ci sarete solo voi e tutto il resto, per una volta, non conterà più.

Quella notte dormirete insieme in un albergo. Farete l'amore con calma e poi chiuderete gli occhi in silenzio, grati di non dover lavar via l'odore del sesso dai vostri corpi. Lo respirerete ancora e poi ancora, inebriati; vi sembrerà quasi impossibile poterlo tenere addosso, ma è il vostro e vi accompagnerà fino al mattino.

Sarà lui ad aprire gli occhi per primo. Ti sfiorerà dolcemente e ti chiederà se hai fame. Annuirai e, nel dormiveglia, lo sentirai telefonare per ordinare la colazione. Distinguerai le parole mia moglie, ma, dopo un attimo di smarrimento, capirai che sta parlando di te.

«Ti ho chiamato mia moglie, hai visto?» ti dirà sorridendo, dopo aver riattaccato. Tu lo troverai buffo e riderai con lui.

Solo che non è buffo, Julie, perché una moglie c'è davvero e non sei tu. Non sei tu.

Sua moglie è la donna che domani andrà in campagna con lui, nella loro casa. La donna che gli siederà accanto in macchina, la donna a cui lui sorriderà mentre guida, la donna che canterà con lui per far ridere le bambine. La donna che litigherà con lui per motivi sciocchi, che si rappacificherà con lui, che farà l'amore con lui. Nel loro letto. Con il loro odore.

Il loro, non il vostro.

Perciò alzati da quella sedia, Julie, ed esci dal vostro caffè; incamminati per il Boulevard Saint-Michel, supera Notre-Dame e i turisti annoiati che guardano le stesse cose che lui, durante le vostre prime passeggiate, indicava a te; ignora le lacrime e raggiungi Châtelet, senza voltarti mai; prendi il treno che ti porterà a casa, metti due cose in valigia e vattene via.

Da Parigi, da lui.

Lo farai, Julie? Lo farai? O, come sempre, ti perderai nei suoi occhi e lì annegherai?


2. Mer du Nord

Dunkerque, sabato 7 settembre

Annegare o salvarsi? L’eterno dilemma, l’eterna lotta tra il bene e il male, tra il facile e il difficile. Perché è così semplice – dannatamente semplice –, mi chiesi guardando il mare, abbandonarsi alla morte, persino quando è lenta e dolorosa, invece di lottare per restare a galla?

Non ne avevo idea; sapevo solo che ero seduta in quel bar da troppo tempo e che i miei pensieri stavano prendendo una deriva filosofica. Però, mentre giravo per guadagnare altri minuti lo zucchero immaginario del mio terzo caffè – io lo bevo amaro –, mi fu all’improvviso chiaro che io non volevo annegare, non più, e che era giunto il momento di fare quello su cui fantasticavo da qualche giorno: prendere un traghetto e allontanarmi. Da quella vacanza, da Dunkerque, dalla mia vita e soprattutto da Pierre, mio marito.

Chissà se avevano cabine insonorizzate. Chissà se, insieme al biglietto, si poteva comprare anche quel silenzio che con Pierre stava diventando sempre più un miraggio, e non perché parlasse, tutt’altro – era un uomo di pochissime parole –, ma per via della musica sempre accesa. Non la sopportavo più. Odiavo la radio, odiavo il tablet, odiavo qualunque dispositivo permettesse la fuoriuscita di quello che per me era diventato solo rumore. Alla mattina, appena Pierre si svegliava, partiva il concerto e persino in macchina era diventato difficile viaggiare senza rimbombo costante. All’inizio della vacanza avevo espresso la mia perplessità sulla questione un paio di volte, con garbo, ma la risposta di mio marito era stata in entrambi in casi la più prevedibile: Sono libero di fare quello che voglio. Pierre era un uomo strano, solitario, che non amava essere disturbato, e io ero esausta; non avevo più nemmeno voglia di litigare, così, dopo i primi tentativi di fargli abbassare il volume, ero stata zitta.

Fino a quella mattina, quando – immersa nella ricerca online di informazioni per una città sotterranea che avremmo dovuto visitare nei giorni seguenti – avevo chiesto a Pierre di spegnere la radio e di discutere con me della gita. Preferisco la musica alla tua voce, aveva pensato bene di rispondermi, e io ero rimasta di stucco. Lo sapevo, ovviamente, eccome se lo sapevo, ma fino a quel momento, senza nessuna frase esplicita a confermarlo, avevo potuto far finta che non fosse vero, che il suo concetto di non disturbare non comprendesse anche cose del tutto normali come la conversazione, cose a cui io non ero più disposta a rinunciare. Pierre aveva poi cercato di sdrammatizzare, ma ormai il danno era fatto. Mi ero vestita senza più dire una parola, avevo preso la borsa ed ero uscita in cerca di un bar per fare colazione.

«Sono un'idiota» dissi ad alta voce al mio terzo caffè, mentre pensavo ancora ai traghetti. «Sono un'idiota».

Stavo diventando parte dell’arredamento, ma non volevo alzarmi da quel tavolo in veranda: l’aria fresca, infatti, mi aiutava a districare la massa di pensieri confusi che mi infestava la testa. Non potevo più stare con Pierre, questo ormai mi era chiaro. Sapevo che avrei dovuto lasciarlo già da tempo, ma credevo di amarlo e soprattutto credevo che l’amore bastasse ad aggiustare tutto. Negli ultimi tempi, però, non ce la facevo più; qualcosa dentro di me si stava sgretolando, o forse ero io stessa a sgretolarmi, tutta intera. Avevo sposato Pierre sperando di costruire una famiglia e mi ero invece ritrovata con un pugno di mosche. Mi amava, non mi amava, non lo sapevo. Forse sì, ma in un modo malato che non ero più disposta a sopportare. Non volevo più bussare alla porta del suo piccolo mondo isolato. L’avevo fatto, avevo provato a fare breccia in ogni maniera possibile, a fare tesoro dei bei momenti per i periodi di magra, ma dovevo pensare anche a me stessa e non potevo più andare avanti così. Dovevo smettere di crogiolarmi nella mia merda – perché quello era, merda – e voltare pagina; dovevo superare la paura di restare sola e smettere di raccontarmi favolette per giustificare l’ingiustificabile.

E poi volevo qualcuno che si prendesse cura di me. Non che non fossi in grado di cavarmela da sola, l'avevo sempre fatto, ma sentivo il bisogno di avere accanto una persona con cui condividere la quotidianità e fare progetti, con cui ridere, piangere, cadere e rialzarmi. Volevo poter contare sull’altro, aiutare ed essere aiutata. Volevo un abbraccio al momento giusto, una parola dolce, un sorriso. Volevo sentirmi parte di una coppia e con Pierre, anche se mi costava ammetterlo, non mi ero mai sentita parte di alcunché.

Fermai la cameriera e ordinai una spremuta, per cambiare.

Pierre diceva di amarmi, ma io mi sentivo trasparente, a volte persino un impiccio. Nel tempo avevo cercato di imparare a non farmi più scalfire dalle sue parole dure, e credevo di esserci riuscita, salvo poi accorgermi che quello che non mi toccava più fuori mi toccava dieci volte tanto dentro, corrodendomi piano piano.

«Sono un'idiota» ripetei al mio pubblico di stoviglie. Stranamente la cameriera non aveva portato via le tazze vuote e sul tavolo cominciava a esserci un discreto affollamento. «Sono un'idiota».

Tanto più che mi stavo lamentando di una situazione in cui rimanevo volontariamente pur sapendo di non doverlo fare. Ma in un piccolo angolo del mio cuore e della mia mente avevo sempre avuto la speranza – la stramaledetta speranza – che Pierre si aprisse con me. Ero come intrappolata, vittima e carnefice di me stessa. Creavo chili di alibi e li trangugiavo, in una sorta di bulimia della giustificazione.

Mentre la cameriera posava la spremuta accanto ai cadaveri delle mie consumazioni precedenti, mi guardai intorno. Il bar era semivuoto. C’erano solo due uomini, probabilmente padre e figlio, con un pastore tedesco che dormiva pacifico ai loro piedi. Parlavano a voce bassa e gliene fui grata. A un certo punto un improvviso movimento del cane fece traballare il loro tavolo e il tintinnio dei bicchieri mi risvegliò dal torpore in cui ero sprofondata.

Decisi di andare in spiaggia a leggere; faceva davvero fresco, ma non mi importava. Anzi, sentire freddo mi dava un senso di liberazione, come una catarsi.

In spiaggia non c’era nessuno. Quello spazio enorme, libero, quasi anarchico, era tutto per me e per i gabbiani. Stesi una coperta e cercai di concentrarmi sul libro. Ci riuscii, finché una voce sopra di me mi interruppe.

«Mi scusi, signora, credo che questa sia sua».

Quando alzai gli occhi, vidi che il più giovane dei due clienti del bar teneva in mano la mia agenda; doveva essermi caduta dalla borsa quando avevo preso il portafoglio per pagare. Lo ringraziai e blaterai qualcosa sull’essere distratta e sull’aver interrotto la sua colazione.

«Non si preoccupi, lavoro proprio qui su questa spiaggia» mi disse indicando la torretta del soccorso. «E mio padre non se ne avrà a male. Cerchiamo di fare colazione insieme ogni giorno, è una specie di tradizione, ma Iron – il cane, intendo – non ha problemi a sostituirmi. Lei è qui in vacanza?»

«Sì, anche se ripartirò oggi stesso. Prendo un traghetto».

Prendo un traghetto.

Le parole mi erano uscite di getto. Quindi avevo deciso, avrei lasciato Dunkerque. Da sola.

«E dove va di bello, se posso chiedere?»

La domanda mi colse impreparata. Fissai Gilles, così si chiamava, senza sapere cosa dire. Non ci avevo ancora pensato; le rotte mi erano del tutto sconosciute e in verità nemmeno mi interessavano. Volevo solo di andare via.

«Mi scusi, sto diventando invadente. Non sono affari miei» aggiunse lui, mentre ero ancora imbambolata.

Mi riscossi.

«No, nessun problema. Potrà sembrare strano, ma davvero non lo so dove andrò, so solo che partirò».

Parlare con quello sconosciuto mi stava facendo bene. Stava rendendo i miei propositi reali.

«Allora, intanto che decide, cosa ne dice di una passeggiata?» propose. «Se non sta aspettando qualcuno, ovviamente. Le va?»

Mi andava?

Mi andava.

Al diavolo tutto. La mia vita irreprensibile, la mia vita di merda, la mia vita appannata e soffocata, il tempo passato a ingoiare parole ed emozioni che invece avevano tutto il diritto di essere espresse. Gilles mi stava offrendo una passeggiata e forse anche qualcosa in più: mi stava offrendo un gesto di rottura. Quando mi tese la mano per aiutarmi ad alzarmi, la afferrai.

Camminai, camminammo, con i piedi nudi sulla sabbia fredda e l’acqua che mi faceva rabbrividire ogni volta che mi lambiva le caviglie; poi lui si tolse il maglione e si tuffò e io feci lo stesso, incurante della temperatura. Nuotammo, nuotai. Nuotai per scaldarmi, soprattutto, ma anche per rivalsa, per rabbia, per definire con bracciate regolari la fine di una vita che regolare non era. Nuotai per me, per i miei silenzi, per tutti i rospi ingoiati. Nuotai fino a quando Gilles mi fermò e mi baciò. Fu un bene. Come fu un bene quello che avvenne subito dopo nella torretta del soccorso. Mentre godevo appoggiata a una parete di legno, ebbi la sensazione di scongelarmi. Non avevo mai tradito Pierre prima, ma quante volte avevo tradito me stessa?

Quando rientrai in albergo, Pierre era seduto alla scrivania del salottino che precedeva la camera da letto; stava leggendo il giornale e non fece caso a me. Mi venne voglia di gridargli che avevo appena scopato con il bagnino, ma non volevo – non potevo – cadere così in basso. Stavo per lasciarlo, e questo bastava.

Andai in bagno, mi feci una doccia, mi vestii e preparai la valigia; mentre la chiudevo, tentennai. Rientrando avevo chiesto all’impiegata della reception di prenotarmi il primo traghetto libero per Dover, ma all’improvviso nella mia mente si fecero strada i problemi pratici a cui fino a quel momento non avevo pensato – l’albergo era ancora da pagare, l’auto era la mia – e mi domandai se non stessi facendo una stupidaggine, se, per lasciare Pierre, non dovessi aspettare di rientrare a Parigi. Ma avevo già aspettato tanto e rimandare ancora non aveva senso. Volevo respirare, ridere, divertirmi, senza condizioni. Afferrai la valigia e andai nel salottino. Mi salirono le lacrime agli occhi. Avevo amato Pierre più della mia stessa vita e forse lo amavo ancora, ma non bastava. Non bastava più. Pierre mi dava le spalle e non si voltò neppure quando mi sfuggì un singhiozzo. Forse non se ne accorse nemmeno. L’assurdità della cosa – lasciare un marito che neanche ci fa caso – mi fece salire in gola una risata isterica. Dovevo andare, mi serviva aria.

Mentre uscivo dalla stanza, mi venne la tentazione di voltarmi indietro, di dire qualcosa. Nessuna parola, però, mi sembrò adatta, così richiusi la porta alle mie spalle, scesi le scale, passai davanti alla receptionist e salii sul taxi che avevo fatto chiamare.

Ero libera.

Ma fu solo sul traghetto che il nodo che mi stringeva la gola, finalmente, si sciolse. Mentre fissavo quasi in trance la Manica, le lacrime cominciarono a scorrermi sulle guance. Erano lacrime di dolore e di sollievo insieme, lacrime per gli anni passati e per tutti quelli ancora da vivere, lacrime di paura e di speranza. Una ragazza, involontaria spettatrice del mio dolore, mi porse un fazzoletto.

«Si sente bene?» mi chiese con dolcezza.

Sì, mi sentivo bene, e tra le lacrime mi scappò un sorriso.

Il primo della mia nuova vita.


3. Equilibri

Parigi, sabato 7 settembre

«Si sente bene?»

Come udì quelle parole, Marie si rese conto che stava piangendo.

Di nuovo.

E di nuovo maledisse quelle lacrime che arrivavano sempre nei luoghi meno opportuni: in libreria, per strada, al supermercato, mentre guardava un padre accarezzare la figlia. Scendevano senza avvertire ed erano impossibili da arrestare; erano lacrime silenziose, senza singhiozzi.

«Mi dispiace, ma non potrà più avere figli» le aveva detto la dottoressa in ospedale, appoggiandole una mano sul braccio. Un tocco lieve, ricordava Marie, affettuoso ma non invadente, e lei lo aveva apprezzato.

Non potrò più avere figli, aveva ripetuto a se stessa quando era rimasta sola. Poi si era resa conto che quel più era in realtà un mai, perché lei, di figli, a trentacinque anni ancora non ne aveva. E si era corretta. Non potrò mai avere figli, aveva provato a dire alla stanza vuota. C'era riuscita al primo colpo e le era sembrato un bene.

Per diverso tempo aveva pensato che non le importasse, che non fosse una cosa così grave. Anzi, si era quasi convinta di non volerli nemmeno, dei bambini.

Poi era successo.

Mentre attraversava il Lussemburgo, un giorno uguale a tanti altri, le era passata davanti una bambina che reggeva una barchetta. Correva per raggiungere il fratello vicino alla fontana e, nella fretta, era caduta. Marie si era chinata, l'aveva afferrata sotto le ascelle per rimetterla in piedi e, all'improvviso, aveva desiderato che fosse sua; un'emozione forte, mai provata. Ed era crollata. Qualcosa dentro di lei si era frantumato in mille pezzi, bloccandole i polmoni e impedendole di respirare; quel qualcosa era la consapevolezza.

Il suo rifugio segreto, quel posto fatto di parole non dette e di occhi chiusi per non dover guardare, era crollato e, con esso, erano crollate anche tutte le sue difese. Credeva di esser stata brava a costruire le barriere che le impedivano di cadere, ma non aveva ancora fatto i conti con la bambina e la barchetta. Dopo quel giorno tutto era cambiato e le lacrime improvvise erano solo la punta dell'iceberg che a volte la paralizzava.

«Posso fare qualcosa per aiutarla?» insistette la donna che le si era avvicinata.

Marie la guardò tra le lacrime.

«No, grazie. Va tutto bene». Le sue parole suonarono così false che rettificò subito. «Cioè, ovviamente non va tutto bene, ma è tutto sotto controllo, non si preoccupi».

Accennò un mezzo sorriso, ma la donna non sembrò ancora convinta.

«Coraggio, me lo dica, non si vergogni. Piange perché Marc Chouard ha pubblicato un nuovo romanzo, vero?»

L'assurdità della domanda la fece scoppiare a ridere.

«Non ci credo che lo vuole davvero. Secondo me l'ha preso in mano per scagliarlo il più lontano possibile» continuò la donna.

Marie fissò il libro che stava stringendo. Non aveva fatto caso all’autore, aveva solo visto la copertina. La riguardò e le risa diventarono di nuovo lacrime.

«Mi scusi, io...»

«Sa cosa facciamo?» la interruppe la donna. «Adesso lo appoggiamo e andiamo a prendere un caffè».

E, senza darle modo di replicare, le tolse delicatamente il libro dalle mani e la spinse con grazia verso la caffetteria.

Marie si lasciò guidare, senza opporre resistenza.

Mi crederà matta. O isterica, pensò, ma si sentì sollevata e, tutto sommato, era grata a quella donna per averla fatta uscire dall'impasse in cui si era cacciata a causa di quella maledetta copertina: due bambini che si tenevano per mano mentre guardavano il mare. Un’immagine allegra e tenera, che però l'aveva fatta sprofondare nella malinconia.

Di nuovo.

«Ecco qua». La donna aveva appoggiato davanti a lei una tazza di caffè e un muffin. «Non si senta obbligata a parlare, non è necessario. Io sono Emma, comunque».

«Marie» rispose, guardandola meglio. Aveva un viso gentile, circondato da una cascata di riccioli biondi.

«Senta, Marie, non vorrei sembrarle sfacciata, ma credo di aver riconosciuto le sue lacrime. Non so a cosa siano dovute, ma il blocco che lei ha avuto a causa del libro mi è familiare. Non penso sia un episodio isolato. La stavo osservando prima che succedesse e mi sono rivista in lei. Mi fermi, se le mie parole le sembrano solo un mucchio di fesserie. Si senta libera di andarsene e di mandarmi a quel paese. Se però quello che sto dicendo per lei ha un senso, vorrei raccontarle una storia. È un po' lunga, ma possiamo prendere altri caffè e altri muffin».

Marie rimase qualche secondo in silenzio, poi la invitò a continuare. Che male poteva farle?

«Non so cosa sia scattato dentro di me quel giorno» cominciò a raccontare Emma, «ma qualcosa deve essere successo. Ero al Louvre, seduta nella Cour Marly a immaginare le vite degli altri. Ho sempre amato il Louvre, l'enormità delle sue sale, l'improvviso silenzio quando ci si allontana da quelle più famose, la solennità dell'arte islamica, la precisione dei fiamminghi, le facce delle persone, il carosello di volti, di abitudini, di colori, di smorfie, di litigi, di noia, di emozioni. Mi piace in particolar modo restare ferma in disparte, nella Cour Marly, e osservare la gente che passeggia tra le sculture. Ero lì anche quel giorno, circa tre mesi fa. Non c'era molta gente, perciò mi ero messa a fantasticare su uno dei guardiani, che mi sembrava avesse uno strano tic. Immaginavo che stesse scambiando messaggi in codice con qualcuno e cercavo di identificare chi fosse questo qualcuno tra le persone nella sala. Poi ho visto loro, un uomo e una donna sui trentacinque anni, apparentemente dimentichi – ancor più di me – dell'arte intorno a loro. Erano vestiti casual, ma non sciatti come sono a volte i turisti; lui indossava un paio di jeans chiari, un maglioncino blu leggero e delle scarpe da ginnastica bianche; lei aveva un paio di ballerine e una maglia nera che le lasciava scoperta una spalla. Sorridevano, persi nei loro discorsi, i corpi vicini, pieni di quella bellezza che deriva solo dalla felicità. A un certo punto lui si è girato di scatto verso di lei e le ha morso la spalla nuda. Un gesto impulsivo, istintivo; un gesto passionale ma, allo stesso tempo, pieno di tenerezza. Lei, dopo un paio di secondi di stupore e di smarrimento, è scoppiata a ridere. Felice. E in quel momento dentro di me è scattato qualcosa. Mi sono alzata e mi sono incamminata verso l'uscita. Non riuscivo a smettere di pensare a quella coppia, all'evidenza del loro amore. Ho attraversato le Tuileries quasi in trance, senza fare caso a niente. Mi sono riscossa solo in Place de la Concorde, forse per il rumore del traffico, e mi sono chiesta cosa ci facessi lì, visto che erano ormai due mesi che la evitavo».

Emma fece una breve pausa, poi riprese.

«Fino a febbraio di quest’anno non mi era mai piaciuta molto, Place de la Concorde. Troppo affollata, troppe macchine, troppi turisti, troppo Ville Lumière da cartolina, troppo tappa da tour organizzato, troppo grande, troppo fredda, troppo distante dalla Parigi che amavo; Place de la Concorde per me era sempre stata troppo. Mi piacevano le vie defilate, il mio quartiere, il Lussemburgo, le persone di tutti i colori, i caffè, i libri usati, i canali, la Défense deserta durante il fine settimana, ma Place de la Concorde proprio no: non mi piacevano le comitive di turisti annoiati sotto l’obelisco, le zingare che tentano di fregare i soldi, i ricchi esibizionisti che si fermano al Crillon, gli autisti nervosi, i claxon arrabbiati. Vedevo solo quello che volevo vedere, senza sforzarmi di andare oltre. È stato Raoul, con i suoi occhi profondi con il cielo dentro, ad aprire i miei. Una sera di febbraio mi ha caricata su un taxi e mi ha detto: Stasera Parigi la facciamo a modo mio. Abbiamo attraversato Saint-Germain, la Senna illuminata dalle luci della città e ci siamo fermati proprio in Place de la Concorde. C’era poca gente, faceva freddo e un po' di neve si era sciolta, lasciando sul cemento uno strato umido che lo faceva brillare. Che bello, ho pensato, mentre lui mi prendeva per mano per portarmi a mangiare. Davanti al semaforo abbiamo tentennato, perché sembrava ormai troppo tardi per poter attraversare. Poi io, seguendo un impulso improvviso, mi sono staccata da lui e mi sono messa a correre, lasciandolo fermo sul marciapiede a guardare me e le macchine che stavano ripartendo. Sono arrivata dall’altra parte della strada senza fiato, gli ho urlato qualcosa sopra il traffico e mi sono messa a ridere. Quando il semaforo è diventato verde, lui mi ha raggiunta e mi ha stretta fra le braccia. E all’improvviso in Place de la Concorde non c'erano più zingare, turisti, ricconi russi e autisti arrabbiati; all’improvviso Place de la Concorde si è riempita di risate e di amore. Il nostro amore. Ero felice, eravamo felici, ebbri di quella felicità di cui si può godere solo per pochi attimi prima che la consapevolezza della realtà ti assalga di nuovo. Una felicità sì effimera, ma vera e autentica. Potente. Magnificamente devastante. La stessa felicità che avevo visto sul volto dell'uomo e della donna al Louvre e che mi aveva spinto di nuovo in Place de la Concorde, due mesi dopo la morte di Raoul. Sono arrivata sotto l'obelisco e lì mi sono fermata per un tempo infinito, rovinando centinaia di foto con le mie lacrime. Non singhiozzavo, uscivano senza che io potessi far niente, come succedeva sempre. Per due mesi le avevo ignorate, facendo finta di non vederle, facendo finta di non sentirle sulla pelle, chiudendo gli occhi davanti alle gocce che macchiavano libri, fogli, tastiere. Ma quel giorno, sola in mezzo a tanta gente, ho avvertito il bagnato sulle guance, ho tirato fuori la lingua e ne ho leccata una. Il sapore del sale mi è esploso in bocca, insieme a tutto il dolore. È stato allora che sono cominciati i singhiozzi e ho sentito il vomito salirmi in gola. Tremavo. Nessuno si è accorto di me, o forse sì ma hanno finto di non vedermi, perché non ci si rovina una vacanza con il dolore degli altri. È stata la pioggia improvvisa a salvarmi. Quando ho sentito le gocce e ho capito che non erano solo le mie lacrime, ho alzato il viso verso il cielo e ho chiuso gli occhi, per farmele sciacquare via. Mi sono incamminata verso casa, senza ripararmi. Ho lasciato che la pioggia lavasse via tutto, facendomi male. Quel giorno ho capito che dovevo smettere di ignorare il dolore e abbandonarmi ad esso per poterlo superare; ho capito che dovevo smettere di inventare le vite degli altri e riprendermi la mia».

Emma smise di parlare.

Marie vide che aveva gli occhi lucidi; però sorrideva, tranquilla.

«Grazie» le disse. «In un certo senso è una storia di morte anche la mia. L'assenza non di qualcuno che c'era, ma di qualcuno che non c'è mai stato e mai ci sarà. A causa di... a causa di un incidente, chiamiamolo così, non potrò più avere figli. E io non ne ho, quindi... Credevo di essere più forte, ma non lo sono. Mi basta un niente e comincio a piangere, a volte senza neppure rendermene conto».

«È dura, lo so. È davvero dura. Si sa che se ne uscirà, perché alla fine è sempre così che va, ma quel momento sembra non arrivare mai. Inutile che le dica di farsi forza, lo sa meglio di me. Quello che le posso dire è che a un certo punto si smette di sopravvivere e si ricomincia a vivere».

«Grazie» ripeté Marie, incapace di aggiungere altro.

Le parole di quella donna, così simile a lei, l'avevano colpita. Doveva smettere di sopravvivere e di nascondersi, doveva prendere di nuovo in mano la sua vita. Non sarebbe stato né facile, né immediato, ma doveva cominciare il prima possibile. Forse proprio in quel momento.

Si alzò.

«Vado a fare una passeggiata al Lussemburgo. Le va di venire con me?»

Si sedettero poco lontano dalla fontana. Guardando le barchette che i bambini spingevano sullo specchio d'acqua, Marie immaginò di essere una di quelle piccole imbarcazioni, in movimento continuo, precario, ma capaci di resistere a tutti gli attacchi senza andare a fondo.

«Mamma, quante barche!» esclamò una vocina stupita dietro di loro.

Marie si girò: vide una bimba che stringeva un grosso pupazzo con le sembianze del topo di Ratatouille ammirare estasiata le barchette e vide la madre prenderla in braccio e dirle: «Sono belle, vero? Aurore, ho un'idea. Cosa ne dici se ne mettiamo in acqua una anche noi?», e sentì le lacrime salire. Capì che la strada era ancora lunga, ma, per la prima volta, insieme alle lacrime sentì salire anche qualcos'altro: la voglia di percorrerla.


4. La partita a carte

Parigi, giovedì 5 settembre

Adèle, cercando di ignorare le fitte allo stomaco, si affacciò alla finestra e guardò i tetti di Parigi. I pensieri le si accavallavano nella mente, senza darle tregua. Era un’irresponsabile o stava facendo la scelta giusta? Continuò a lambiccarsi il cervello, finché la vocina di Aurore la interruppe.

«Mamma, me lo apri?»

Mentre prendeva il libricino avvolto nel cellophane dalle mani della figlia, pensò a quello che era successo al suo compleanno, qualche giorno prima, e capì che sì, stava facendo la scelta giusta.

Aurore era nata cinque anni prima, prematura. Adèle si era sentita male all'improvviso, era stata ricoverata d’urgenza e aveva dato alla luce la bambina dopo un parto difficile, in cui entrambe avevano rischiato la vita. Accanto a loro non c’era nessuno, solo i medici. Gaspard era a casa, a giocare a carte con la madre. Non glielo aveva mai perdonato, così come non aveva mai dimenticato le parole della suocera quando l’aveva raggiunta insieme al figlio in ospedale, appena ricoverata.

«Sono venuta anch’io, così, se ti succede qualcosa, lui non è da solo».

E lui, in effetti, da solo non era stato. L’ostetrica aveva allontanato la suocera, suggerendole di aspettare a casa, e Gaspard aveva pensato bene di accompagnarla e di restare con lei.

«Tanto lì non potevo fare niente. Eri in buone mani. L’ostetrica ci ha detto che ci avrebbe chiamato, se ci fosse stato bisogno».

Ci ha detto. Ci avrebbe chiamato. Ci. Lui e sua madre. Adèle e Aurore non pervenute.

Adèle aveva cercato tutte le possibili scusanti – ha avuto paura, il primo figlio, un attacco di panico – prima di capire che di scusanti non ce n’erano. Gaspard l’aveva lasciata sola. Era arrivato quando tutto era finito, di nuovo con la madre.

«Hai visto? Ce l’abbiamo fatta» le aveva detto in tutta tranquillità.

Ce l’abbiamo fatta. Ce l’abbiamo. Ce. Lui e lei. Lei in ospedale con Aurore, lui a casa a giocare a carte con la madre.

Ce l’abbiamo fatta un cazzo, aveva pensato Adèle. Io ce l’ho fatta. Io e Aurore ce l’abbiamo fatta. Tu no. Come cazzo hai fatto a startene a casa mentre tua moglie, e soprattutto tua figlia, rischiavano di morire? Come cazzo hai fatto, me lo dici?, ma le parole non le erano uscite.

Qualche ora dopo si era rifugiata tra le braccia di Mathieu, suo fratello, arrivato di corsa da Parigi, e si era messa a piangere, sopraffatta dalle emozioni: la gioia che aveva preso il posto della paura, la stanchezza, la rabbia, la delusione, la felicità.

«A casa mia ci sarà sempre un posto per te e per Aurore, ricordatelo» le aveva detto Mathieu prima di ripartire.

Adèle aveva lasciato passare cinque anni prima di accogliere il suggerimento.

Erano stati cinque anni duri. Lei e Gaspard non avevano convissuto prima del matrimonio, così ad Adèle era sfuggito un particolare: la dipendenza del marito dai genitori. Erano stati fidanzati sei mesi, poi si erano sposati ed erano andati a vivere in una villetta bifamigliare appena fuori Nizza, di proprietà dei suoceri. E lì era iniziato l’incubo. Il suocero, quando lei e il marito uscivano insieme, li aspettava alzato; la suocera, alla mattina, preparava i vestiti puliti per il figlio. Ne aveva parlato subito con Gaspard, ma poi era rimasta incinta e le cose erano precipitate, sfuggendole di mano. Bernard e Amandine col tempo erano diventati sempre più ansiosi e invadenti, ma Gaspard, in tutto ciò, non vedeva niente di strano. Ogni volta che lei provava ad affrontare l’argomento, il marito alzava le spalle e le ribadiva che i genitori stavano solo rendendosi utili.

Certo, pensava Adèle, perché è normale che un uomo di trent’anni e passa si faccia preparare le mutande pulite dalla mamma e debba avvertire il padre se torna dopo le dieci di sera.

Aveva cominciato a sentirsi sempre più sola; il suo unico fratello faceva l’avvocato a Parigi e i loro genitori non c’erano più. Si era dedicata anima e corpo alla bambina, cercando di farla crescere in un clima sereno e rilassato, e aveva dimenticato se stessa, continuando a ingoiare rospi per quello che pensava fosse il bene di Aurore e della loro famiglia. Poi, piano piano, aveva iniziato ad aprire gli occhi: Gaspard, quando pensava alla famiglia, non pensava a loro tre, ma ai genitori. Era legato a Bernard e Amandine da un cordone ombelicale impossibile da recidere, che metteva i bisogni di Adèle e Aurore sempre in secondo piano; la cosa peggiore era che per lui tutto ciò era perfettamente normale. Adèle era combattuta: voleva che Aurore crescesse con la madre e il padre, che la bambina adorava, sotto lo stesso tetto, ma allo stesso tempo sapeva di doversene andare. Lottava con se stessa e intanto il tempo passava, inesorabile.

Finché arrivò il quinto compleanno di Aurore.

Quel giorno Adèle era andata al lavoro come al solito; si era però presa mezza giornata libera per avere il tempo di comprare un bel regalo, fare una torta e recuperare la figlia alla scuola materna. E così aveva fatto. La sera precedente aveva avvertito i suoceri del cambio di programma, visto che di solito erano loro che andavano a prendere la nipote, e poi non se ne era più preoccupata. Alle tre e quarantacinque era uscita di casa e si era diretta verso la scuola materna, in macchina, perché all’ultimo aveva deciso di portare la bambina in città a fare un giro sulla giostra con i cavalli. Alle quattro e mezza, mentre si divertivano, Adèle aveva sentito vibrare il cellulare. Quando aveva visto che era il suocero, non aveva risposto. Alla quinta chiamata consecutiva, però, aveva ceduto.

«Ciao Bernard, dimmi».

«Dove sei?»

Fatti miei, aveva pensato. «Sono fuori con Aurore».

«Perché non ci hai avvertito? Mi sono preoccupato».

«Ma Bernard, ve l’ho detto ieri che andavo io a prenderla».

«Sì, ma non sei ancora rientrata e non ci hai avvertito. Ti ho chiamato e non hai risposto. Ho chiamato Gaspard, ma si vede che sta lavorando perché non ha risposto neanche lui. Allora ho richiamato te, ma dove avevi il telefono? Sono le quattro e mezza passate e non sei ancora a casa. Ci devi sempre avvertire. Gaspard lo sa che hai deciso di stare fuori? Sono uscito in strada ad aspettarvi, ma non arrivava nessuno…»

Adèle aveva riattaccato e aveva spento il telefono.

Quando erano rientrate, un’ora dopo, il suocero aveva fatto una scenata che aveva fatto piangere Aurore prima che lei potesse portarla via.

«Perché è arrabbiato il nonno?» le aveva chiesto la bambina, una volta in casa.

«Perché non sta bene» le aveva risposto. «E quando una persona non sta bene, a volte si agita e si arrabbia. Ma non voleva farti spaventare. Sai cosa facciamo noi adesso? Facciamo la cioccolata!»

Gaspard era arrivato mentre la stavano bevendo. Aurore gli era corsa incontro e aveva cominciato a raccontargli dei cavalli, ma lui l’aveva zittita.

«Perché stai bevendo la cioccolata che tra poco è ora di cena? E hai tutta la bocca sporca» l’aveva rimproverata. Poi, rivolto ad Adèle, aveva aggiunto: «Mi ha fermato mio padre per dirmi quello che hai combinato».

Lei si era alzata, aveva preso in braccio la figlia ed era andata in bagno. Lì aveva chiamato Mathieu a Parigi.

«Arriviamo, se l’offerta è ancora valida».

«Certo che è valida. Vi vengo a prendere io».

Quella sera, dopo aver messo a letto Aurore, Adèle aveva detto a Gaspard che Mathieu aveva regalato alla nipote il soggiorno a Disneyland di cui parlavano da un po’ e che si era offerto di andarle a prendere. Sapeva che il marito non si sarebbe opposto; odiava viaggiare e una simile offerta da parte del cognato lo avrebbe solo tolto dagli impicci. Non le piaceva mentire, ma voleva raccogliere le idee prima di chiedere il divorzio.

«Come fai con il lavoro?» era l'unica cosa di cui Gaspard si era preoccupato.

«Mi hanno dato oggi le ferie, non ci sono problemi» aveva mentito di nuovo lei.

«Bene, vado a dirlo ai miei genitori».

Due giorni dopo Mathieu le aveva caricate in macchina e, con la scusa del viaggio a Disneyland, le aveva portate via.

«Zio, guarda il cane» disse Aurore a Mathieu, indicandogli il libro appena aperto, quando l’uomo raggiunse madre e figlia sul tappeto.

«Adesso ti porto a letto e ti racconto la sua storia. Saluta la mamma».

Mathieu si caricò sulle spalle la nipote, che scoppiò a ridere e fece ciao ciao con la mano, e uscì dal soggiorno, lasciando la sorella a godersi un attimo di pace.

Adèle si avvicinò di nuovo alla finestra. Guardò la città illuminata dalle luci della sera e, all’improvviso, si sentì sicura; si sentì di nuovo forte, come era sempre stata prima del matrimonio, consapevole delle tante difficoltà che avrebbe dovuto affrontare, ma felice di essersi finalmente allontanata dall’ambiente malsano in cui aveva vissuto negli ultimi anni. Il suo capo le aveva concesso due settimane di ferie e lei le avrebbe sfruttate per riflettere con calma sul da farsi.

«Si è addormentata subito» Mathieu era rientrato in soggiorno. «A cosa pensi?»

«Avrei dovuto farlo anni fa».

«Sì, avresti dovuto. Ma hai solo trentaquattro anni e hai ancora tutta la vita davanti».

«E Aurore?»

«Aurore starà bene».

«Non lo so, ci sono così tante cose da affrontare. Mi serve un posto dove andare, una casa. Poi il divorzio, la custodia di Aurore...»

«A quello ci penso io. Ti ricordo che sono un avvocato. E ho come l’impressione che Gaspard non farà tanti problemi. Scusa se te lo dico in maniera brutale, ma non mi è mai sembrato che gli importasse molto di voi due».

«Lo so. L’ho sempre saputo, fin da quella maledetta partita a carte con la madre mentre mettevo al mondo sua figlia. Solo che non volevo crederci. Tutto lì. È Aurore che mi preoccupa, però. Come sarà per lei senza suo padre in casa?»

«Aurore ha bisogno di crescere senza oppressioni. E ha bisogno di essere ascoltata quando racconta le sue storie. Sii sincera, quante volte hai visto Gaspard realmente interessato a lei?»

Adèle non rispose. La verità le faceva ancora troppo male.

Quella notte non dormì. Pensò a Gaspard, a mille chilometri di distanza, ancora all’oscuro delle sue decisioni. Non era da lei un comportamento del genere, ma sapeva che quella pausa le era necessaria. Una fuga temporanea prima di tornare in quella che non era mai stata la sua casa ad affrontare quella che non era mai stata la sua famiglia. Mathieu sarebbe andato con lei, per aiutarla a gestire la situazione. Più di Gaspard temeva i suoceri: era sicura che Bernard e Amandine non avrebbero approvato il divorzio. Le sembrava già di sentirli urlare, preoccupati per lo scandalo e increduli che lei avesse l’ardire di lasciare il loro adorato figliolo; avrebbero cercato di ostacolarla e di farla sentire in colpa; le avrebbero messo i bastoni tra le ruote, certi che Gaspard non li avrebbe fermati. Ma lei aveva sposato solo uno di loro, non tutti e tre, e stavolta non avrebbe chinato la testa. Lo aveva fatto per troppo tempo, all’inizio per amore di Gaspard e poi per quello che credeva fosse il bene di Aurore. Adesso sapeva di aver sbagliato.

L’indomani andarono a Disneyland davvero. Sulla giostra con i cavalli Adèle prese il telefono per fare una fotografia ad Aurore e Mathieu; loro ridevano, il telefono era muto, non c’erano chiamate perse di suoceri ansiosi.

Il giorno dopo fecero un giro al Lussemburgo. Lei, Aurore e Rémy. Era stato Mathieu a comprare quel pupazzo.

«Non si può uscire da Disneyland a mani vuote» aveva proclamato e Aurore aveva scelto il topo di Ratatouille. Aveva dormito con lui e non l'aveva ancora mollato.

«Mamma, quante barche!» esclamò la bambina quando giunsero in prossimità della fontana.

«Sono belle, vero?» rispose Adèle. Poi guardò per aria; forse stava per piovere, ma non le importava. Non c’era più nessuno a controllarla, a dirle che aveva sbagliato a non portare l’ombrello. Prese in braccio la figlia e aggiunse: «Aurore, ho un'idea. Cosa ne dici se ne mettiamo in acqua una anche noi?»


5. Complici

Parigi, domenica 8 settembre

Martine prese il bigliettino che Lucas le aveva lasciato sul cuscino – era piegato a forma di barchetta, una piccola barchetta cullata dalle onde azzurre della federa – e lo aprì.

Adoro perdermi nei tuoi occhi. Mi sembra di conoscerti da sempre. Come se ci fossimo sempre sfiorati in qualche modo, senza sapere che eravamo noi.

Le scappò un sorriso. Pensò al loro primo incontro, al Bois de Boulogne: erano due sconosciuti, ma in qualche modo erano già complici. Spesso si erano chiesti cosa sarebbe successo se si fossero incontrati prima, da ventenni. Forse niente. O forse tutto. Si rivide a diciotto anni, in vacanza al mare. Immaginò il ragazzo serio e gentile che doveva essere stato Lucas avvicinarsi a lei e prenderla per mano per farla ballare; immaginò la tenerezza, le risate, le passeggiate, il cielo stellato e la sabbia attaccata ai loro corpi; immaginò se stessa dentro quegli occhi blu; immaginò le luci della sera fare da cornice al loro primo bacio.

E sorrise di nuovo.

A volte aveva l’impressione di aver sempre mancato Lucas di un soffio – un viaggio nello stesso posto fatto a una settimana di distanza, una cena fuori sincrono nello stesso ristorante –, ma forse stavano solo aspettando il momento giusto per riconoscersi. Da adulti, con una vita alle spalle e un bagaglio di esperienze e di emozioni non condivise: dolori, gioie, cadute, risalite, e tutto quello che aveva contribuito a farli diventare quelli che erano. Martine e Lucas. La fioraia e l’architetto. La terra e il cielo. Il biscotto alla vaniglia e il biscotto al cioccolato, preparati in due forni diversi ma destinati a fondersi in un unico biscotto bicolore.

Chi, o cosa, decide quando per due persone è finalmente giunto il momento di incontrarsi? Martine se lo chiedeva spesso. Perché qualcuno, o qualcosa, aveva lasciato che passasse così tanto tempo prima di farle conoscere Lucas? Credeva di aver amato, in passato; credeva di averlo fatto con tutta la forza possibile, ma con Lucas aveva scoperto una dimensione nuova, fatta di amore, di passione, di complicità, di tenerezza, di rispetto, di sguardi e di parole, una dimensione fino ad allora sconosciuta, che li univa senza annullare le loro diversità. Era quello l'amore vero? Forte, liquido, potente, magico. Martine sapeva che magico era una parola ridicola per una donna di quasi quarant'anni, ma sapeva anche che era quella giusta. E quella magia che li univa non veniva da chissà dove, no. Quella magia l'avevano creata loro, con le loro mani e i loro corpi, e continuavano a crearla ogni giorno.

Martine si rigirò nel letto, senza alcuna voglia di alzarsi. Amava il corpo di Lucas e le sensazioni che le trasmetteva quando facevano l'amore. Sesso pieno, senza tabù. Sesso come un fiume, a volte placido, a volte travolgente. Sesso rotondo, affamato, scivoloso, salato, ma anche sesso dolce, lento, da gustare. Corpi intrecciati, sudati, innamorati. Mani libere, calde, infaticabili. A entrambi piaceva dare piacere e lasciare che l'altro vedesse il proprio, generosi ed egoisti allo stesso tempo. Come dovrebbe essere. Come era.

La luce che entrava dalla finestra le fece capire che era già giorno; l’orologio, infatti, segnava le 9:02. Lucas, anche se era domenica, era andato allo studio per sistemare i dettagli finali di un progetto che avrebbe dovuto presentare l’indomani e non sarebbe tornato se non di lì a qualche ora. A Martine, sapendolo solo, venne un’idea.

Colazione più tardi?

Ok. Ne avrò credo fino alle undici. Dove ci vediamo?

Aspettami lì. Passo io. Bacio

Ok. Bacio

Alle undici in punto Martine suonò il campanello dello studio.

«Sali» le disse Lucas.

«Cinque minuti e possiamo andare» aggiunse poi, accogliendola.

«Sai» rispose Martine, baciandolo lievemente sulle labbra, «credo che ce ne servirà qualcuno di più».

E cominciò a sbottonargli la camicia.

«Pensavo fossi venuta per colazione, invece, a quanto pare, sei qui per il collaudo».

«Il collaudo?»

«Già. Nella sala riunioni abbiamo un tavolo nuovo di zecca. Bisogna verificarne la robustezza e qualcuno si deve sacrificare. Immagino tocchi a noi. Non ti dispiace, vero?»

No, non le dispiaceva.

Mentre riprendevano fiato, Lucas disse all’improvviso: «Devo chiamare i miei soci. Devono sapere che questi mobili valgono tutti i soldi spesi».

Martine, ancora nuda sul tavolo, scoppiò a ridere e gli tirò il tanga, mancandolo.

«Che scemo che sei».

«Tesoro mio, hai una mira che fa paura. Hai mai pensato di abbandonare i fiori e trasferirti a Londra, per una sfavillante carriera nel mondo delle freccette? Martine Binet, il terrore dei pub, porta a casa un altro successo dopo una dura battaglia con Jimmy il Guercio».

Martine si sollevò e, continuando a ridere, si infilò la camicia di Lucas. Stava per replicare, quando lui la prese e la strinse a sé.

«Ti amo, lo sai? E adoro quando metti le mie cose sulla tua pelle nuda. Poi sanno di te. Hai fame?»

«Abbastanza».

«Brunch sui tetti da Yanick? È un po' che non ci andiamo».

Martine annuì sorridendo. Era stato lì che Lucas le aveva proposto di andare a vivere con lui. Ed era stato lì che lei aveva capito che quell'architetto silenzioso era l'uomo che da tanto tempo stava camminando verso di lei e verso cui lei stava camminando, in attesa che le loro strade si incrociassero. Un viaggio cominciato molti anni prima, da soli, ma destinato a portarli lì, sui tetti di Parigi, per iniziare una vita insieme.

«A cosa stai pensando?» le chiese Lucas, interrompendo il flusso dei suoi ricordi.

«Ai tetti di Parigi. E a tutte le decisioni che si prendono grazie a loro».



6. Incontri

Hong Kong, lunedì 9 settembre

Lo champagne la riportò a una domenica di qualche mese prima. Era da Yanick per il brunch, da sola, a riflettere su quello che era successo al ristorante la sera precedente e, all'improvviso, aveva capito quale era la decisione giusta da prendere. Si era sentita così sollevata che aveva ordinato un bicchiere di champagne.

Le tornò in mente anche il racconto che aveva scritto prendendo spunto da quella maledetta cena. Non lo aveva più riletto e forse era arrivato il momento di farlo: André non faceva più parte della sua vita, scrivere era il suo mestiere e da quella storia poteva ricavare qualcosa di buono.

Si accomodò meglio sul divano e aprì il portatile.

L'imbarazzo

È imbarazzo, quello che si legge negli occhi del figlio. Fa il cameriere nel ristorante dei genitori, un posto pretenzioso in una città pretenziosa. Ci sono luci soffuse, candele sui tavoli, tanto bianco e oggetti che la madre crede di design, ma che – se li si guarda bene – sono solo brutti. Alle pareti sono appese due grandi fotografie, fatte da un amico del padre che vuole farsi pubblicità. A Thomas piace solo una delle due, quella che ritrae il viso seminascosto di una donna con i capelli scuri e una farfalla nei capelli. Ogni sera, mentre serve ai tavoli, guarda quel volto misterioso e lascia correre la fantasia. Le clienti del ristorante sono tutte di un altro genere, più somigliante a quello della madre; sono il prodotto tipico di quella città di provincia che vuole mettersi in mostra, un insieme di vestiti costosi, labbra rifatte, marchi ostentati e arroganza. A volte anche volgarità. A Thomas non piacciono queste donne. A Thomas non piace nemmeno vedere i genitori trattare con eccessiva confidenza i clienti, con quel fare allusivo che hanno le persone che condividono un segreto. Solo che non c'è nessun segreto; quello che condividono è la convinzione di saper vivere bene e di aver capito tutto.

Thomas, a volte, li odia. L'imbarazzo, invece, quello lo prova sempre.

Come quella sera.

Soprattutto quella sera.

Perché la donna della foto, forse per un errore, forse per uno scherzo del destino, è seduta in sala, accompagnata da un uomo. Thomas la guarda senza sosta; ne osserva il profilo, i capelli scuri, la farfalla nera fissata di lato, sopra l'orecchio destro. Ha un vestito lungo, anch’esso nero; l'unico dettaglio di colore è dato dalle scarpe ciclamino. Thomas capisce al volo che sono vestiti economici, quasi austeri – serve ai tavoli di quella città snob da così tanto tempo che ne conosce tutte le sfumature –, ma rimane affascinato dall'eleganza di quella donna. È un'eleganza di modi e di portamento, un'eleganza che sua madre – che quella sera indossa una tuta bianca semitrasparente, comprata a caro prezzo – non potrà mai avere. Sa per certo che anche sua madre la sta valutando e sa che si troverà confusa, perché ad accompagnare i vestiti economici c'è una borsa costosa. Una borsa vera, non un'imitazione come quella della ragazza del tavolo accanto, che tenta di impressionare il ragazzo ricco che è con lei con un'esistenza che non è la sua.

Thomas guarda la donna in nero e prova imbarazzo. Per la madre che l'ha accolta con una battuta di dubbio gusto, per il padre che continua a sfoderare un amichevole tu e a chiamarla signorina, anche se le fedi sulle mani della coppia indicano in maniera inequivocabile che signorina non lo è più.

Mentre le porta gli antipasti commette un paio di errori, ma la donna gli sorride. Un sorriso dolce e pacato, non finto, un sorriso di quelli che piacciono a lui. La guarda negli occhi e, facendolo, avverte una nota stonata. C'è della tristezza, in quegli occhi, ci sono lacrime non ancora cadute. Distoglie lo sguardo e si allontana, pensando di essersi sbagliato.

I genitori intanto hanno cominciato il loro giro di sigarette con i clienti, di risate dovute all'alcol, di volumi alti, di ostentazione e di esuberanza; la sala, come al solito, rimane solo nelle sue mani. Corre, sbaglia, rimedia, mentre con lo sguardo cerca sempre lei. La vede mangiare di gusto, raccontare episodi buffi al marito, ridere, ma la nota stonata che ha percepito non se ne va. Gli occhi di lei parlano d'altro, perciò si mette a osservare l'uomo. Non sorride, non parla quasi mai, a volte non sembra nemmeno ascoltarla; sembra infastidito dal trovarsi lì. E allora Thomas capisce cosa è che stanno urlando gli occhi della donna. Stanno urlando «Accorgiti di me!», «Parlami!», «Fammi un sorriso!». Glielo fa lui, un sorriso, mentre le serve il dessert. Vede il cucchiaino affondare nella crema, sente la voce di lei chiedere un pezzo della torta di lui, ascolta incredulo la risposta sprezzante. Vorrebbe lasciare cadere i piatti che sta ritirando, asciugare la lacrima che le scorre sulla guancia, sfiorarle i capelli puntati con la farfalla di stoffa, dirle che è bella quando sorride e anche quando non lo fa. Vorrebbe fare tante cose, ma è come paralizzato. Le voci gli risuonano nelle orecchie, le risate lo confondono, i piatti che ha in mano sembrano pesare tonnellate. Si accorge che la donna lo sta fissando, come se aspettasse una risposta. Si riscuote, è imbarazzato, ma lei gli ripete quasi con dolcezza: «Ci può portare il conto, per favore? Anzi, lasci, vengo io a pagare».

Thomas la guarda alzarsi e va in cucina a posare i piatti sporchi; non riesce a concentrarsi, ha solo un pensiero stupido, cioè che quel cretino di suo padre avrà dato a lei il menù senza i prezzi. Quando torna in sala, lei è lì davanti alla cassa, con la sua farfalla nei capelli, un portafoglio bianco in mano e tutta la dignità che il marito, fermo dietro di lei, ha cercato invano di toglierle. I suoi genitori, come al solito, sono fuori sul marciapiede a sghignazzare. Le prepara il conto, le prende la carta dalla mano e, inavvertitamente, le sfiora le dita. In quel momento entra sua madre, che comincia a fare la buffona.

È di nuovo imbarazzo, quello che si legge negli occhi del figlio, ma stavolta è accompagnato da un'improvvisa consapevolezza. Da domani non lavorerà più qui.

Chloé finì di rileggere il racconto e sorrise tra sé: romanzare e inventare storie le piaceva fin da bambina. Le principesse si erano trasformate in donne normali, ma la fantasia, per fortuna, era rimasta. Chiuse il portatile e si guardò intorno.

«Mi raccomando, cerchi di arrivare presto in aeroporto e approfitti della lounge» le aveva detto Sébastien Arnaud. «Si vizi un po’».

Al momento Chloé non aveva ben capito cosa intendesse il violinista, ma adesso, seduta su un elegante divano nello Champagne Bar, le cose cominciavano ad apparirle più chiare. Si rilassò contro lo schienale e chiuse gli occhi. Aveva accettato il lavoro: di lì a due settimane, per un anno, Hong Kong sarebbe stata casa sua.

Sentendo dei rumori, si riscosse dai propri pensieri.

Seduto su una poltrona poco distante c’era un uomo in abito scuro.

«Sì, parto a mezzanotte e tre quarti. No, sono già in aeroporto» stava dicendo al telefono.

Parlava in francese, a voce bassa, e Chloé credette di distinguere le parole contratto e clienti, prima che l’uomo riagganciasse in tutta fretta. Incuriosita, lo guardò meglio. Sulla quarantina, di bell’aspetto, con lo sguardo severo, sembrava stanco e desideroso di non essere più disturbato. Un buon soggetto per una storia, pensò. Aprì un quaderno e cominciò a prendere appunti.

Xavier finì la telefonata e bevve un sorso di vino. Era stata una giornata dura, ma tutto era andato come previsto e gli era rimasto tempo a sufficienza per rilassarsi prima del viaggio. Si sistemò meglio sulla poltrona; di solito si fermava al bancone, ma, quando era arrivato, la donna sul divano aveva catturato la sua attenzione e aveva fatto uno strappo alla regola per poterla osservare meglio. Xavier si chiese che mestiere facesse. Non aveva né il piglio deciso, né tantomeno l’aspetto della solita manager in viaggio d'affari e, soprattutto, nessuna delle donne con cui da sempre era abituato a lavorare si sarebbe messa quella cosa nei capelli. Indossava un abito leggero, grigio come le scarpe, che faceva contrasto con le calze pesanti, nere e insolite per quella stagione. Ma più insolito ancora era l'assurdo fiore di stoffa che le ornava la testa.

Mentre la studiava, lei alzò lo sguardo e i loro occhi si incrociarono.

«Ho qualcosa che non va?» chiese all’improvviso Chloé.

L’assurdità di quella domanda, per di più fatta in francese, spiazzò Xavier. Vide però che lei sorrideva e lo prese come un buon segno.

«No, certo che no. Anzi, mi scusi. Stavo guardando il suo fiore. Mi chiedevo cosa fosse».

«Non lo so, in realtà. Mi sembra assomigli a un’orchidea. La donna che me l’ha venduto ha tentato di spiegarmi qualcosa, ma non ho capito niente. Lei parla cinese?»

«Solo inglese. Con il tempo mi sono rassegnato al fatto che il mio cervello può gestire una sola lingua straniera e la scelta è stata obbligata».

Chloé non replicò e approfittò della pausa per finire il suo champagne.

«La lascio alle sue faccende» continuò Xavier. «E prometto che la smetterò anche di fissarle la testa, non appena quell'affare avrà finito di ipnotizzarmi».

Chloé scoppiò a ridere.

«Ok, lo ammetto. È un po’ vistoso. Ma mi piaceva. Credo sia di seta, tra l’altro, come la sua cravatta. Questo conferisce loro pari dignità, non trova?»

«Touché. Forse sono solo invidioso del fatto che il suo accessorio è molto più interessante del mio. Cosa ne dice se, per farmi perdonare, andassi a prenderle dell’altro champagne? Mi farebbe piacere continuare la conversazione e carpire i suoi segreti sugli acquisti di classe a Hong Kong. Se non ha già altri programmi, ovviamente».

«Dico che può fare di meglio. Ho fame e mangerei volentieri qualcosa. Le va di farmi compagnia?»

«Sei qui per piacere o per dovere?» chiese Xavier a Chloé, una volta seduti nel ristorante della lounge, passando al tu. Avevano scoperto che sarebbero stati sullo stesso volo per Parigi e lui se ne era rallegrato. Di solito amava godersi la pace del viaggio da solo, ma quella donna lo incuriosiva, e non solo per lo strano addobbo floreale.

«Dovere, direi, ma anche piacere. Ho appena accettato un lavoro. Aiuterò Sébastien Arnaud a scrivere la storia della sua vita e tra un paio di settimane verrò a vivere qui, almeno per anno. Starò a casa sua, a Victoria Peak».

«Sébastien Arnaud il violinista? Il capriccioso violinista?»

«Proprio lui. In realtà è una persona gentile, però è vero che ha le sue idee. Come quella di venire a vivere qui, che è quantomeno insolita. Poteva restare a Parigi o scegliere Londra, New York, tutto quello che voleva, invece ha preferito Hong Kong. Ha questo progetto di aprire una scuola di musica gratuita per i bambini… ma ne avrai certamente sentito parlare».

«Sì, come ho sentito di quando ha cacciato alcuni spettatori dalla sala in cui stava suonando. Ti conviene stare attenta».

Xavier le strizzò l’occhio e finse di minacciarla puntandole contro le bacchette.

«Ehi, ma hanno la capocchia d’argento» esclamò Chloé. «Non si fanno mancare niente qui».

«È la tua prima volta?»

«Già. E solo perché paga Arnaud» ammise con candore Chloé. «Non si può certo dire che non sia generoso. Mi ha detto: Si vizi un po’, e adesso ho scoperto perché. Tu invece sei un habitué?»

«Non proprio, ma vengo spesso a Hong Kong per lavoro».

«Compri merce contraffatta per poi rivenderla in Francia?»

«Purtroppo faccio un mestiere più noioso. Sono il direttore finanziario di un’azienda che ha una filiale qui. Fare la scrittrice dev'essere molto più interessante».

«Scribacchina è un termine più adatto. Mi guadagno da vivere scrivendo conto terzi: lettere d’amore, biglietti, istruzioni per montare i mobili, articoli che nessuno vuole redigere, cose così, dall’impegnato al superficiale. Lo so che ti stai chiedendo come mai un tizio della portata di Sébastien Arnaud abbia assunto proprio me, ti si legge in faccia». Chloé sorrise, mise in bocca un edamame e poi continuò, prima che Xavier potesse protestare. «Come hai detto tu stesso prima, Arnaud è abbastanza capriccioso. Quindi, quando le case editrici hanno cominciato a fargli il filo per pubblicare una sua autobiografia, un affare sicuro visto il personaggio, lui ha pensato bene di rifiutare tutte le proposte e di fare da sé, sfruttando l’idea. Non ha certo bisogno di altri soldi, vista la sua situazione finanziaria, e infatti investirà i guadagni nella scuola di musica di cui ti dicevo. Ma lo so, questo non spiega ancora la mia entrata in scena. In una parola, raccomandazione. Suo padre era nella stessa camera di ospedale del mio e mi ha preso in simpatia. Mi ha anche aiutata a scrivere una lettera d’amore per un cliente, una volta. Siamo rimasti in contatto, da cosa nasce cosa, Arnaud junior si fida molto di Arnaud senior, e così eccomi qua. Per me è un’occasione d’oro».

«Accidenti!»

«Che fortuna, vero?»

«No, accidenti quanto parli. Il tuo fiore è quasi appassito».

Chloé, dopo un attimo di smarrimento, scoppiò a ridere.


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