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Excerpt for Farewell Forever by , available in its entirety at Smashwords

FAREWELL

FOREVER


Massimo A. Rossi


Romanzo breve


Smashwords Edition



Copyright 2019 Massimo Angelo Rossi

Tutti i diritti riservati


Copertina e foto di Massimo A. Rossi



Indice


Frontespizio

Colophon

Licenza d’uso

Copertina

Goodbye, my love

Nota

L’autore



Licenza d'uso


Nessuna parte di questo libro o ebook può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico o altro senza l'autorizzazione scritta dell'autore.

Tutti i diritti di copyright sono riservati.

L'autore ringrazia i lettori che hanno rispetto del suo lavoro.


Personaggi e fatti, qui raccontati, sono frutto della mia fantasia. Qualsiasi riferimento a persone e a situazioni reali, presenti o passati sono accidentali e casuali.





Cover



GOODBYE, MY LOVE


In questi ultimi tempi, a casa mia non suona mai il telefono. Se capita è un po’ come un acuto in un coro dell’Armata Rossa. Praticamente non previsto. Ma se capita, non mi agito, è solo una piccola seccatura. Una nota falsa, sgraziata.

“Pronto?” dico con voce cauta. Silenzio. Un silenzio sospeso, quasi ansioso e resto ad ascoltare quel vuoto. Non so perché, ma resto lì, per cinque, otto, forse dieci o più secondi. Talvolta accade, che la comunicazione non si agganci subito. O così mi sembra di ricordare che mi sia capitato.

Resto in attesa finché una voce femminile dice “Goodbye!” Con leggerezza, con tatto di seta. Un fruscio chiaro, cantilenato, allegro, pronunciato di nascosto. Forse per non farsi sentire da altri.

Subito dopo, la comunicazione s’interrompe e scatta il segnale di occupato.

Resto sorpreso, solo un po’, devo dire. Ma in un lampo, corto circuito della mente, riconosco la voce. Inconfondibile: giocosa, serena, divertita della sorpresa che immaginava mi avrebbe procurato. È da lei, ne sono certissimo. La voce era la sua. Stesso timbro, stessa impostazione. Pronunciata con il suo sorriso dolce e sereno che ben conosco.

In passato era già capitato, un bel po' di anni fa. Roba del genere, come adesso: squilla il telefono, rispondo, lei dice “Ciao!” e riattacca. La voce era la stessa, vellutata, quasi gaia.

È il suo modo di fare. Per lanciarmi un brevissimo messaggio. Forse da interpretare, forse per giocare. Sono certo che l'ha fatto per dirmi: ci sono, sto bene, penso a te perché non ti ho dimenticato. Ma non dice di più. Perché? Non so, forse per più motivi. Temeva che non fossi solo. Oppure pensava che, dopo gli anni in cui non ci siamo più sentiti, l’avessi dimenticata. E non voleva rimanere delusa da quello che le avrei potuto dire. Anche se lei sa benissimo che non posso averla dimenticata. Infine, com'era accaduto in passato, non voleva farsi scoprire che mi telefonava.

Insomma, uno o tutti questi motivi.

La mente danza e accarezza i profili dell’abito che ho appena imbastito. D'altra parte, chi mai mi chiamerebbe per dirmi goodbye e mettere giù? Mi rendo conto che il mio numero di telefono è sempre lo stesso da un bel po' di anni. Mentre i suoi numeri, da tempo, non sono più validi. E magari ha anche cambiato casa.

Allora penso di scriverle un’email ai suoi vecchi indirizzi di posta, dai quali non mi ha mai più scritto. Forse li ha abbandonati del tutto o forse ogni tanto li va a vedere. In ogni modo le scrivo: “Anche se hai detto una sola parola, ho subito riconosciuto la tua voce. Il mio cuore ha tremato.”

Passa un’ora e ricontrollo la posta. L’email non sono tornate indietro. Bene, penso. Allora, gli indirizzi sono ancora validi.

Chissà se leggerà. Ho usato un account anonimo e nessuno può riconoscermi. Solo lei può capire che sono io. Non dovrebbe correre rischi.

Già. Ci conosciamo da tanto. All’inizio ci si vedeva, come amici, ogni tanto. Incontri, inframmezzati da lunghissime pause. Di mesi e mesi, anche. Quando, poi, abbiamo iniziato a sentirci, quasi ogni giorno. Non so dire come e perché. Poi ogni giorno e poi quasi di continuo. Così abbiamo scoperto di essere innamorati ed era tardi. E la distanza ha fatto il resto. Vederci, toccarci, annusarci e parlarci era diventato un bisogno di fuoco. Nell’attesa di smarrire il tempo in una pioggia di cuori battenti. Ma non era mai un'impresa semplice. Quasi come le congiunzioni astrali o le eclissi. Cose rare nella loro frequenza. Allora non c'erano ancora i voli low cost. Dire che eravamo persi l'uno dell'altra, non riguardava soltanto l'amore e la passione. Bensì la distanza: seimila chilometri, non facili da annullare. Sono tutti da fare, in ogni modo. Miglio dopo miglio.

****

In passato, tutte le volte, in cui ci siamo visti, pochissime per la verità, per me è sempre stata una tragedia fisica.

Ero sempre agitato, contratto fino allo spasimo. Se faceva caldo tremavo di freddo, se faceva freddo sudavo copiosamente. Non riuscivo a mandare giù neppure l’acqua. Tanto che, talvolta, per l’emozione non ce la facevo più e davo di stomaco.

Una volta lei disse: “Bisogna che lo racconti alle mie amiche. Il mio uomo mi ama così tanto, che vomita tutte le volte che mi vede.” Ricordo che pronunciò questa frase con un sorriso. Proprio mentre stavo rimettendo mezzo bicchiere d’acqua, che avevo appena bevuto.

****

L'ultima volta che la vidi è stato quando arrivò in un aeroporto non molto lontano da me. Fatto insolito, fuori dei patti. E quella volta, quell’ultima volta, fu semplice e triste. Era novembre, credo, all'imbrunire. Lei doveva incontrare dei familiari che abitavano in centro città. Persone per le quali ero un estraneo. Io non esistevo.

Il nostro spazio-tempo, era limitato alla mia auto e a un paio d'ore, al massimo. Giusto il tempo che avrebbe impiegato un taxi qualsiasi, dall'aeroporto a destinazione. Certo, l'aereo poteva essere in ritardo, il taxi latitante, il traffico rallentato. Però non si poteva sgarrare di molto. Il mio stomaco era tutto rami contorti di glicine, intrecciati in una cancellata.

Prolungare l'agonia sarebbe stato doloroso. Entrambi sapevamo che non ci saremmo più visti, né sentiti.

Tempo prima, avevo deciso io di troncare il nostro rapporto, perché volevo proteggerla e non c'era altra soluzione. Dovevo scomparire. Se fossi restato all'orizzonte, per lei sarebbero state violenze che non potevo e non volevo immaginare, tanto meno accettare. All’inizio, infatti, non sapevo che il suo compagno la picchiava, tutte le volte, quando ci sentivamo per telefono, via email. Peggio ancora se pensava che ci saremmo visti o che ci eravamo visti.

Ho scoperto queste violenze, quando lei venne da me, di nascosto, e la trovai piena di lividi. Mi sembrava impossibile. Non mi capacitavo. Lei mi disse soltanto: “Per favore, non chiedere.”

Così, per far cessare questa crudeltà, non avevo avuto altra scelta. Altrimenti, la soluzione sarebbe stata una sola. Dall'inguine alla gola, lama rovesciata, movimento di spalla e gomito a salire, spinta delle gambe. Per uccidere un uomo di due metri. Mai avere paura. Sapevo e so come si fa. Ma lei non l’avrebbe mai accettato. Io non potevo squartare un uomo, per quanto farabutto.

Questa, di rivedersi ancora , dopo il taglio forzato, era un'occasione di straforo. Neutra, terra di nessuno, capitata come un gratta e vinci appena, appena fortunato. Forse.

All’aeroporto, quando ci siamo visti, ci siamo abbracciati e incollati come calamita e ferro. Appiccicati come pennello e colore a olio. Ma solo per pochi secondi. Poi ci siamo ripresi ed eravamo due conoscenti, forse amici. Tipo: lui che fa un favore a lei e va a prenderla per portarla a destinazione. Infatti, sorrideva appena e i suoi occhi non erano su di me.

Le ho preso la valigia e ci siamo incamminati verso il parcheggio. Con frasi banali.

“Come stai?” “Sto bene e tu?” “Bene.” “Hai freddo?” “No, pensavo facesse più freddo.” “Come è andato il volo?” “È partito un po’ in ritardo, ma non era pieno.” “Meglio, meglio.” “Il lavoro, come va?” “Alti e bassi. Stanno cambiando molte cose.” “Faticoso?” “Come al solito.”

Saliamo in auto e imbocchiamo l’autostrada. Ormai è buio. Accendo la radio. Un po' di musica.

“Per che ora ti aspettano?” le chiedo.

“Per cena.” Guardo l’orologio.

“Ti va se ci fermiamo un po’ in una stazione di servizio?”

“Va bene.”

Parcheggio non lontano dall’ingresso del punto di ristoro. Perché voglio un po’ di luce per guardarla. È tantissimo che non la vedo.

Ci abbracciamo e ci baciamo per non so quanto. Con alcune parole dolci, per cercare di colmare il grande vuoto. Anche se è impossibile. Sono solo poche e stanche gocce di tenerezza.

Poi mi dice: “Voglio farti vedere una cosa.” E mi stacco da lei.

Allora si solleva il maglione e scopre il reggiseno.

“È blu. L’ho comprato apposta per te.”

“Sei splendida! Grazie! Mi hai sorpreso.”

Per risposta, mi sorride appena. Come per dirmi: va’ così.

Durante il resto del viaggio non parliamo. D’altra parte, non c’è più motivo. Sarebbe altro dolore in più. Tutto è finito già da tempo e non credo possa accadere un altro intermezzo come questo.

Nonostante il traffico, arriviamo a destinazione troppo in fretta.

Davanti al portone è la fine dell’episodio, fine della storia.

Le prendo le mani e le bacio i palmi.

“Abbi cura di te”, le sussurro. Poi aggiungo: ”Farewell, forever.” Addio per sempre.

Lei finalmente mi guarda con intensità. C’è un velo di lacrime sui suoi occhi. Entra e scompare. Il mio stomaco urla, ma cerco di non star male. Salgo in auto e parto. Non c’è più niente da fare.

****

Passano un paio di giorni. Sono certo che lei non mi ha risposto. In ogni modo, controllo la posta al computer, anche l’account anonimo. E scopro che dopo più di quarantottore, i miei messaggi sono tornati indietro: destinatario sconosciuto.

Non sono deluso, me l’aspettavo. Allora so che non posso fare altro. Per distrarmi leggo le notizie che qua e là trovo sul web. Finché non ne imbrocco una che dice “Chiamate mute: che cosa vuol dire il goodbye finale.” Di colpo mi sento uno stupido. Ma continuo a leggere.

“I call center di vendite telefoniche di mezza Europa hanno adottato una nuova tecnica per aumentare la produttività. Il sistema che governa questi centri chiama decine di numeri telefonici contemporaneamente, tra quelli presenti nei propri elenchi. Se l’utente risponde, viene lasciato in attesa muta per un lasso di tempo. Ma se nessun operatore si libera per prendere la chiamata, allora scatta una suadente voce che dice: “Goodbye!” e la comunicazione s’interrompe.

Mi rendo conto che, in sostanza, mi sono preso in giro da solo.

****

Sono andato a camminare sulla spiaggia. Giornata quasi tiepida. Niente vento, mare che lecca la sabbia. Poca gente a godersi il sole. Non manca molto al tramonto. Come al solito, sulla battigia i gusci delle conchiglie scricchiolano sotto le scarpe. Come al solito cerco qualche pezzetto di legno levigato dal mare, rimasto lì, con la bassa marea.

All’orizzonte, nella bruma, c’è una nave mercantile. Sembra una sagoma dipinta con acquarelli leggeri, intinti in poco colore, con molta acqua. Tutta sfumature azzurre, accennate, diafane. Più da immaginare che da vedere davvero. Nave fantasma, miraggio, scherzo per chi ama il mare.

Lo so, è l’ennesima giornata buttata nel cesso. In attesa di una cornetta che intona Il Silenzio. O di una cornamusa, con Amazing Grace.

Negli ultimi sprazzi di sole, sulla sabbia bagnata e compatta, trovo che qualcuno ha scritto un nome. Sono certo che sia la firma di una donna: Mary. Vorrei sorridere, ma non ci riesco.



****

Un po’ di tempo dopo, una sera, tardi, squilla il cellulare. Sono stanchissimo. Non so che ora sia. Stavo scrivendo al computer, con tutto me stesso, in compagnia di qualche birra. Mi sono dimenticato di cenare. L’unica luce accesa è quella della lampada snodata, a cupola, puntata sulle mie mani. Il cellulare non devo andare a cercarlo per casa, come al solito. Perchè stranamente è lì, sulla scrivania, a fianco della tastiera. Guardo il numero della chiamata. Il prefisso è quello dove abita lei. Ma so che non è un indizio, non vuole dire niente. Il suo numero non è più attivo.

Rispondo. Silenzio. Poi, una voce femminile dice: “Goodbye!

È la sua voce, ne sono certissimo. Come la volta precedente. Questione di microattimi. Questa volta, la sorpresa non mi assale alle spalle.

Rapido dico: “Ciao!” Qualche secondo di silenzio.

“Mi manchi tanto”, sussurra lei. E riattacca.

****

Poi, non so. Mi risveglio. Avevo il viso appoggiato sui palmi delle mani e i gomiti sulla scrivania, a sostenermi la testa. Come se avessi voluto piangere e nascondere le lacrime. Ma davvero mi ha chiamato? O dormivo? Sognavo, forse? Già, un po’ William Shakespeare. Colpa sua? No, non credo. Innamorarsi e, negli anni, continuare ad amare una persona che non vedi più e non vedrai mai ancora, non può essere una colpa.

Mi viene in mente Norah Jones, quando, nella sua canzone Don't Know Why, canta: “But you'll be on my mind, forever”.

NOTA


È il romanzo più breve, mai scritto. Solo sei parole.

"Vendesi: scarpe di bambino, mai indossate”, di Ernest Hemingway. In inglese: “For sale: baby shoes, never worn”.

Ecco la storia che sta dietro a questo romanzo, secondo la tradizione o la leggenda.

A cavallo degli anni Venti e Trenta, del Novecento, a Parigi vivevano parecchi scrittori stranieri, in cerca di affermazione.

Hemingway era uno di questi, insieme con Francis Scott Fitzgerald, Thomas Stearns Eliot, John Steinbeck, John Dos Passos, Henry Miller, Ezra Pound, Sherwood Anderson, Erich Maria Remarque. Tutti autori che a Parigi frequentavano la casa di Gertrude Stein, loro mentore e mecenate. Una donna che definì questi personaggi Lost Generation, Generazione perduta, perché tutti reduci dalla Grande Guerra, a cui avevano in un qualche modo partecipato.

In quegli anni, questi scrittori decisero di dar luogo tra loro a una sfida su chi era capace di scrivere il romanzo più breve. Ed Ernest Hemingway risultò il vincitore, con le sue sei parole. Così si racconta.

Lo so, lo so: non sono Hemingway. E nella mia storia ho utilizzato più di sei parole. Ma la sostanza non cambia, per me: ciò che ho scritto in questo ebook è un romanzo. Breve? Sì, perché no? Nessuno può dirlo con certezza. Nel raccontare, nello scrivere, non ci sono regole.



L'autore


Giornalista, fotografo e scrittore. Ecco, in breve, i miei libri pubblicati. Un saggio sul rinoceronte; due manuali di ballo, realizzati insieme a un collega; un romanzo d'amore e d'azione; una raccolta di poesie, sempre d'amore; un manuale, una sorta di bigino, per prendere confidenza con la propria creatività.

Ora, è la volta di questo romanzo breve.




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